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Lo stipendio di un fumettista

Di tutti i libri a fumetti che ho fatto, Comix Show è quello più bistrattato e sfortunato. In Francia ha avuto una vita difficile, e neanche è uscito più su quel mercato, e in Italia si è mosso molto poco, nessuna promozione, nessun incontro.

Io stesso non so mai cosa pensarne sul serio… rappresenta un passaggio del mio modo di scrivere non troppo compiuto, con alcuni momenti che non mi hanno mai soddisfatto pienamente. Da un’altra parte, credo che il suo essere un libro confidenziale, fatto senza pensare assolutamente a come costruirlo meglio per un pubblico più vasto, sia un lato positivo.

In ogni caso, mi sono sentito dire spesso, da chi lo ha letto, che lo preferiscono addirittura a Pioggia d’Estate, libro che invece, ancora, mi soddisfa quasi del tutto.

E poi mi arriva questo disegno, fatto da Giada, la più grande fan del libro in assoluto, che lo legge e rilegge da anni, e così decadono tutte le tristezze su come sia andato, se è piaciuto, se non è piaciuto, se non ci ho guadagnato un cazzo, se è stato trattato male, se è stato letto da pochi. Basta questo, e noi fumettisti siamo ripagati di tutto.

comix show by giada

Rieccomi in corsa

Aspettavo un annuncio ufficiale, ma ancora è prematuro. In ogni caso, sto lavorando su qualcosa di nuovo. E anche su qualcosa di vecchio. E anche su un’altra cosa ancora. E su un altro paio di cose. Insomma, i miei ritmi, già storicamente in multitasking, sono messi parecchio alla prova in questo momento.

Ho ricominciato a lavorare di sera, tanto per dirla tutta, e passo, nell’arco della stessa giornata, dall’insegnamento, al disegnare una tavola per una cosa, lo storyboard per un’altra, le chine per un’altra, il coordinamento coloristi per Magicovento e a lavorare a qualche evento, o suonare da qualche parte. Senza contare altre piccole cose. Oggettivamente, sono nella merda fino al collo. E sto davvero tagliando molte cose.

Tutto questo dovrà cambiare, e, credo, di avere davvero iniziato a rendermi conto di dover rinunciare ad alcune cose. Basta.

Per il resto, sono tornato a scrivere di roba del genere.

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A presto per aggiornamenti.

Io e Francesco Di Giacomo: da piccolo Fan a stampella umana

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Ho incontrato Francesco Di Giacomo per la prima volta nel 1998, a Palermo, durante il tour acustico del Banco del Mutuo Soccorso. Era già il mio gruppo preferito italiano di rock progressive. Mi portavo ancora i registratori a cassetta dietro, e, oltre il concerto, ho immortalato la nostra prima discussione. Per cercare di colpirlo, mi feci fare un autografo sulle mutande. Che conservo ancora. Poco tempo dopo andai a sentirli al concerto del primo maggio, a Roma, e, grazie al padre di un mio amico, riuscii a vederlo dietro le quinte, incontrandoli nuovamente. Rodolfo Maltese e Francesco erano quelli più increduli e affettuosi. Mi dissero che da lì a un paio di mesi avrebbero suonato ad Alcamo, e Vittorio Nocenzi mi donò il suo Pass privato, con cui potevo andare ovunque, anche sopra il palco, volendo, chiedendomi di riportarglielo la prossima volta che ci saremmo visti.

Poco prima che suonarono ad Alcamo, Rodolfo mi chiamò per ricordarmi del concerto. Francesco non lo avrebbe mai fatto, tollerava a malapena i cellulari e solo ultimamente si era rassegnato all’idea che doveva usarli. Ad Alcamo riconsegnai il Pass a Vittorio, stupito che avessi mantenuto la promessa. Francesco e Rodolfo furono, come sempre, deliziosi.

Poi passò qualche anno, e tornarono, proprio loro due, a Palermo, all’Agricantus, dove, per fortuna, sono abbastanza di casa. Andai quindi a prenderli all’aeroporto, con la mia amica Francesca. Da quel momento scattò la fase 2 del nostro rapporto, quella più confidenziale, quella in cui più volte ho avuto l’onore di girare in auto con lui, di parlare di musica, di politica, di umanità. A volte parlava solo lui, ma non lo faceva con atteggiamento egotista, ed era un piacere ascoltarlo. Quando iniziai a lavorare su Ballata per Fabrizio De Andrè si affezionò molto a me, al punto di parlare di me a diversi suoi amici, lui amava molto Fabrizio e cantava spesso Bocca di Rosa.

Una volta mi disse di aver visto il mio fumetto a puntate su l’Unità e che era molto fiero di questo. Ma era già da un po’ che gli facevo la Corte per fare qualcosa insieme, per avere qualche sua parola scritta apposta per me. Già dai tempi di Mono, per la Tunuè, iniziò la seduzione, ma lui era impantanato con mille concerti e impegni vari. Con Dieci Giorni da Beatle era troppo naturale, per me, pensare a lui, con cui ho parlato a lungo dei Beatles, che lui adorava e portava in giro con un bellissimo progetto acustico tutto dedicato alle loro canzoni.

Se penso a lui non penso, quindi, solo alle canzoni del Banco, ma a Eleanor Rigby o Here, There and Everywhere. E penso a Mogol, altro argomento di belle discussioni. E a Bocca di Rosa. E poi penso alla sua risata, alla sua incredibile umanità e gentilezza. Per un periodo ebbe dei problemi ad una gamba, subì una operazione, e camminava a stento, così, per un concerto, fui letteralmente la sua stampella umana, aiutandolo a salire o scendere le scale. E poi parlò di me, in platea, e io mi sentivo felice.

L’anno scorso ci siamo sentiti spessissimo per la Prefazione, e gli mandavo il materiale, poco a poco, per posta o per Fax, dato che non amava le e-mail. E amava le lettere scritte a mano. L’ultima volta che ci siamo visti fu due anni fa, al teatro Dante, per un bellissimo concerto del Banco insieme alle Orme. E mi viene da ridere, perché oltre a Francesca, con noi c’era anche un altro Francesco, che si occupava fra l’altro dell’organizzazione, e, mentre si tagliava una torta nei camerini, lo chiamai, convinto di avere loro due accanto, dicendo “Francesco, scusaci…”, ma in realtà ero solo, e sembrava che parlassi al plurale come un cretino. L’ultima volta che invece abbiamo discusso è stata a dicembre. Una telefonata qualsiasi, per sapere come stava, che faceva. E lui mi diceva ancora quanto gli fosse piaciuto il libro, e io gli chiedevo a cosa stesse lavorando.

Anche se il rapporto, negli anni, si era notevolmente trasformato, non ho mai smesso di essere un suo fan, ma posso vantarmi di essere stato anche qualcosa di più.

E posso vantarmi di queste parole, che lui scrisse per me:

Imagine, che sia un giorno che ti va bene, e già va bene. Imagine poi che ci sia anche il sole, e anche questo va bene.
Imagine che squilli il telefono, e questo non va bene, non va bene se stai pensando, lavorando, sognando… ma aspetta, dipende.
Imagine che chi ti chiama dall’altra parte dica «vuoi venire in paradiso? Oh! Capiamoci, non per sempre, solo per un po’». Lì per lì rimani tramortito, sottoschiaffo, felicemente rimbecillito, e non fai nessun calcolo, non valuti quello che ti sta succedendo o che potrebbe succedere, e non metti in conto che il caso, la vita, il destino o come vuoi che si chiami, tesse comunque la sua trama e ti mette in condizioni di non poter scegliere, anche se apparentemente ti sembra di scegliere, ma alla fine pensi e Imagine che una gran botta di culo
non si rifiuta certo, e qui scatta la trappola. Sei convinto che le tue ossa e la tua testa possano resistere benissimo a certe accelerazioni, e pensi di essere
abbastanza attrezzato per affrontare una giornata di cento ore o un mese lungo un anno, dormendo qua e là ogni tanto.
Ma se non è ora, quando?
E allora si parte, si va, come un maratoneta, ma la gara è lunga e la mazzata che ti arriva sulla milza è ben oltre tutte le supposizioni che hai cercato di Imagine. Sei convinto di poter sostenere qualsiasi confronto con il successo, anche se temporaneo, ed è proprio questa durata a termine il punto di rottura che prima ti avvolge e poi ti sconvolge, perché quando tutto si acquieta e le luci si spengono, il respiro torna normale, il giorno di ventiquattr’ore, le parole meno ansiose, arrivano i primi fantasmi, gli interrogativi, gli «e adesso?».
Già.
Adesso Sergio è veramente ad alto rischio, perché deve mettere in moto tutte le sue endorfine, a dispetto della sua serenità, per trasmettere tutto questo sulle sue tavole, la regia delle immagini, il segno, il colore giusto, raccontare un’epoca, un percorso che prevede anche dei cambi nel costume in cinquant’anni. Il viaggio «all’inferno e ritorno» di Jimmie Nicol nel sostituire Ringo Starr nel tour mondiale dei Beatles.
Sapevo che era nelle sue possibilità sorprenderci, e c’è riuscito lasciando ancora spazio a tutto l’Imagine possibile.

2013

Anno strano, anno ricco, anno pieno, anno bello, anno distruttivo, anno triste, anno allegro.

Il 2013 è stato, dunque, a conti fatti, un buon anno. Buono in senso assoluto? No. E allora buono in che senso? Nel senso che mi sono dato da fare, che ho fatto il possibile per cambiare certe cose di me e della mia vita, magari non riuscendoci sempre bene, ma ci ho provato degnamente.

Solo guardando dal punto di vista professionale, tante, troppe le cose fatte: è uscito il libro nuovo, e sono stato un po’ in giro a parlarne, son tornato ad Angouleme e a Lucca, la squadra di Etna Comics è sempre più solida e ho anche co-organizzato l’Etna Comics OFF, ho molte cose nuove da fare, ho insegnato tanto, ho dedicato molto tempo a Magicovento, ho suonato il giusto e ne sto comunque dimenticando parecchie altre.

Mi sono anche rotto il piede, rimanendo fermo quasi sei mesi, ho avuto problemi alle orecchie, ho bucato tre ruote e cambiato tre gommisti, ma sono anche stato ben due volte a Torino da mio fratello, reduce proprio ieri da quasi una settimana con la famiglia al completo.

Alcune amicizie sono sparite, altre affievolite, altre rinnovate, altre rimaste costanti, altre cresciute, sta a voi che leggete capire in che eventuale categoria potete considerarvi.

Non vado ancora più nell’intimo che mi vergogno.

Ed eccomi al solito confronto coi propositi che mi ero dato quest’anno, prima di lanciare quelli nuovi:

– Promuovere bene Dieci Giorni da Beatle

Ci ho provato, ma si deve continuare.

– Scrivere e iniziare il Libro Nuovo (sì, ce n’è già un altro…)

Mi riferivo ad altro, ma vado comunque avanti su altre strade.

– Dimagrire 8-10 chili

Giuro che l’ho fatto. Solo che poi, per motivi vari, li ho ripreso tutti, e con gli interessi.

– Andare a Lucca Comics

Fatto.

– Trovare un ingaggio incredibile

Che cavolo intendevo? Comunque un paio di belle cose ci sono.

– Uscire con un EP di inediti (o magari 3 o 4 Video)

Patate. Però ho fatto un cortometraggio e una nuova canzone di fine anno collettiva, eccola:

 

– Tagliare i rami secchi, sono diventato davvero rincoglionito, dimentico le cose, troppe cose da fare, troppe cose per la testa.

Non ce l’ho fatta.

Bene.

Ecco i propositi per il 2014:

– Tagliare i rami secchi, sono diventato davvero rincoglionito, dimentico le cose, troppe cose da fare, troppe cose per la testa. Ma stavolta sul serio. Sono stanco. Ho bisogno di una pausa.

– Tornare a fare qualche serata in acustico, e pare sia già sulla buona strada.

– Dimagrire.

– Tornare al mio progetto inedito.

– Disegnare di più.

Buon 2014.

Lucca Comics, il ritorno

Sarebbe stata la quinta Lucca Comics di fila senza di me. Mi rendo conto che il Festival aveva perso qualcosa in questi anni, che l’aria si era fatta più cupa, i Padiglioni erano più tristi, la città intera ne risentiva, e così ho deciso, per amore del genere umano, di concedere parte del mio tempo e fare questo sforzo.

Insomma, ci sarò dal giovedì al lunedì, pronto a ricarburare gli animi del mondo del fumetto italiano, disegnando dediche su Dieci Giorni da Beatle, concedendo la mia splendida voce (e la mia risaputa destrezza con l’ukulele) al popolo e, magari, offrendomi come modello per le foto migliori che potreste fare.

Dove mi troverete? In teoria dovrei rispondere “in ogni luogo”, ma dato che sono benevolo, adattandomi alle usanze materiali di questo mondo, dirò che sarò alla Tunuè, Padiglione Napoleone,
stand E101-E102. Più preciso di così.

Volete una mappa del padiglione? Eccola.

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Volete addirittura sapere in che orari trovarmi lì (in tutti gli altri, chiaramente, sarò in ogni luogo)? Ecco.

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Insomma, ciao.

Parole

Perché non scrivo più molto sul Blog?

Non ho neanche “festeggiato” i suoi 8 anni. E non sono pochi.

In realtà, definire quest’anno è veramente difficile. Almeno è stato diverso. Ci sono tante cose da fare, e gran parte delle mie parole vanno a finire, e mi sento molto triste a dirlo, su Facebook.

Così, più passa il tempo, più mi sento in difetto, e meno scrivo. Però penso un SACCO di post che vorrei scrivere. Almeno una volta al giorno. E poi però non ho il tempo di scriverlo. O magari la voglia. Diciamo che è difficile trovare il momento in cui abbia sia il tempo che la voglia.

Soprattutto, mi sento responsabile di dovere scrivere qualcosa di interessante da leggere. Ed in realtà non dovrebbe affatto essere così. O no?

Cosa sono i blog adesso? 8 anni fa mi sentivo quasi un pioniere (anche perché in realtà ce n’erano stati altri prima, su altre piattaforme), e scrivevo solo per me. Per assurdo, essendocene molti meno in giro, mi trovai seguito e commentato da diverse persone. Ora, per chi scrivo? Non più per me stesso, altrimenti scriverei sempre, ma neanche per gli altri, altrimenti mi impegnerei a scrivere più spesso. Forse dovrei semplicemente chiuderlo. O forse dovrei semplicemente rilassarmi,

Un paio di Altroquandi fa

Ricordo la mia timidezza e una passione sfrenata per il fumetto. Potrei riassumere così la mia infanzia.

Quando entrai la prima volta da Altroquando, nell’ormai lontano 1992, fu come la mia prima Lucca Comics. Io, che pensavo quasi di essere l’unico a cercare e leggere certe storie, mi trovai improvvisamente catapultato in un luogo pieno di scaffali e fumetti, come mai ne avevo visti, così tanti, così diversi.

Ero così preso dai turchi che non ricordo affatto chi ci fosse alla cassa. Dino? Salvatore?

Io però abitavo lontano, in via Sampolo, avevo quindici anni e non ero abituato a prendere Autobus o a fare grandi tragitti a piedi, così da Altroquando mi ci feci portare nuovamente da mio padre, cercando di contagiarlo col mio entusiasmo alla parola “arretrati”. La prima volta che andai, acquistai Orange Road numero 1, appena uscito; la seconda Mangazine 1, preso proprio da quegli scaffali che mi eccitavano tanto. E mi fu data anche la prima cartolina di Altroquando, disegnata da Maurizio Clausi. Io la guardavo e pensavo “wow”, e desideravo poterne fare una io.

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Per ricordarmi qualcuno alla cassa devo aspettare la volta successiva, e lì sì che c’era Salvatore. Silenzioso io, silenzioso lui, credo di avere detto soltanto “buonasera”.

Salvatore mi faceva un po’ paura all’inizio, lo ammetto. Poi, nelle epiche volte in cui mi incamminavo fin laggiù, cominciai a conoscere qualche altro lettore, qualche altro appassionato e, soprattutto, qualche altro aspirante fumettista. In questo modo, dichiarai le mie intenzioni, ma, come al mio solito, mi sentivo comunque un emarginato, perché mi sembrava già di essere arrivato troppo tardi e di non riuscire a far parte di quella cerchia.

Ricordo di avere sentito lì, per la prima volta, la parola “Preview”, e venni a conoscenza che un mucchio di persone ordinavano albi e volumi che io neanche avevo idea.

Salto temporale. Siamo nel 2003. Ricordo di avere raccolto, grazie al mio entusiasmo, tutti quelli che conoscevo, direttamente o per sentito dire, che gravitavano intorno al fumetto, di avere organizzato una cena a casa di Claudio Stassi, a Barcarello. Io mi guardavo intorno e vedevo Giuseppe Lo Bocchiaro, Emiliano Santalucia, Daniela Ragusa, Fabio Butera, Maurizio, non so quanti altri (nessuna foto, ahimè, al riguardo) e poi Salvatore. Il fatto che lui fosse lì mi rendeva orgoglioso, sentivo di avere una Star alla cena che avevo fortemente voluto, e in cui mangiammo una pizza discutibile, ma in cui furono gettati i semi per molte delle cose che vennero dopo.

Altro salto temporale. Ricordo uno scambio di mail con Salvatore dove capivo che lui ce l’aveva un po’ con me. Io pensavo “ma che cazzo vuole questo?”, mi sentivo in pericolo, in realtà, non capivo poi cosa avessi fatto, e, a dire la verità, non ricordo assolutamente il motivo di quella discussione, fatto sta che andai in negozio, uscimmo, ci prendemmo qualcosa da bere in un locale lì vicino, sedendoci e parlando con calma, e iniziai a capire alcune cose, in primis che lui “ci teneva”. A me, forse, ma in generale a molte cose.

Da quel momento le cose cambiarono, e, anche se io ero ancora un turista sporadico, ero sempre accolto da lui o da Dino con un affetto evidente, e fu più facile anche rimanere un po’ a parlare.

Salto temporale, indietro. Feci il disegno della cartolina per i dieci anni di Altroquando. Avevo appena iniziato a lavorare per Panini, e quelle richiesta mi sembrava un risultato di cui vantarmi per l’eternità. Per inciso, quella cartolina mi piace ancora. E ne feci anche un’altra, e mi sentivo troppo forte.

PROVAFIR

Salto temporale. Salvatore mi chiamò per un progettino di piccole monografie su alcuni fumettisti palermitani. Io fui “il numero 1”. Questo mi ha sempre fatto sentire ancora più che troppo forte. Mi piaceva sentire che avevo la sua stima.

Salto. Mostra di Piccoli Brividi. Mostra del Gruppo Trinacria. Eventi fondamentali nella mia formazione, artistica e personale.

Salto. Salvatore mi fa vedere un mucchio di fumetti molto vecchi fatti a Palermo. Alcuni albi erano davvero incredibili. Facemmo un blog, con l’intento di mantenere viva la storia del fumetto fatto a Palermo. Poi le produzioni e gli autori diventarono sempre di più, e perdemmo di vista la cosa. Il blog, però, è ancora attivo, ed è visitabile QUI.

Ricordo, poi, di aver trovato ogni tanto, dentro gli albi, qualche stampa di foto che lui amava ritoccare.

C’è gente che ha conosciuto amori lì dentro, gente che si è anche fatta le foto del matrimonio. Altroquando, oggettivamente, non è un posto normale.

Ma, frequentandolo da più di venti anni, diventa come un amico a cui non dici mai che gli vuoi bene, e lo lasci sottinteso.

Oggi, al funerale di Salvatore, non c’era  una persona che non possa raccontare e riempire pagine con avventure personali vissute lì dentro, come sto facendo io.

Come mi è capitato di dire “pubblicamente”, l’altro salto temporale importante è stata una serata musicale al Malaussene, in cui, per la prima volta, raccoglievo solo ed esclusivamente canzoni importanti nella mia vita e ne parlavo un po’. Salvatore era lì, con Filippo. E, a fine serata, mi fece i complimenti. Io ero molto felice che lui mi avesse visto, e ascoltato. Ed ero ancora più felice che avessimo gusti musicali affini, perché quasi tutto quello che avevo cantato per lui significava qualcosa, soprattutto una canzone di John Lennon, “God”, che davvero ha molto da dire.

È una canzone sull’indipendenza, sul non accettare un ruolo imposto, sulla libertà di scelta, forse sull’anarchia, ma non nel senso di fottersene di tutto, ma di conoscere per poi fare delle scelte senza essere pecoroni.

Salvatore, per me, era questo, e anche altro, ed ecco la canzone presa proprio da quella serata.

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