personale

Io e Francesco Di Giacomo: da piccolo Fan a stampella umana

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Ho incontrato Francesco Di Giacomo per la prima volta nel 1998, a Palermo, durante il tour acustico del Banco del Mutuo Soccorso. Era già il mio gruppo preferito italiano di rock progressive. Mi portavo ancora i registratori a cassetta dietro, e, oltre il concerto, ho immortalato la nostra prima discussione. Per cercare di colpirlo, mi feci fare un autografo sulle mutande. Che conservo ancora. Poco tempo dopo andai a sentirli al concerto del primo maggio, a Roma, e, grazie al padre di un mio amico, riuscii a vederlo dietro le quinte, incontrandoli nuovamente. Rodolfo Maltese e Francesco erano quelli più increduli e affettuosi. Mi dissero che da lì a un paio di mesi avrebbero suonato ad Alcamo, e Vittorio Nocenzi mi donò il suo Pass privato, con cui potevo andare ovunque, anche sopra il palco, volendo, chiedendomi di riportarglielo la prossima volta che ci saremmo visti.

Poco prima che suonarono ad Alcamo, Rodolfo mi chiamò per ricordarmi del concerto. Francesco non lo avrebbe mai fatto, tollerava a malapena i cellulari e solo ultimamente si era rassegnato all’idea che doveva usarli. Ad Alcamo riconsegnai il Pass a Vittorio, stupito che avessi mantenuto la promessa. Francesco e Rodolfo furono, come sempre, deliziosi.

Poi passò qualche anno, e tornarono, proprio loro due, a Palermo, all’Agricantus, dove, per fortuna, sono abbastanza di casa. Andai quindi a prenderli all’aeroporto, con la mia amica Francesca. Da quel momento scattò la fase 2 del nostro rapporto, quella più confidenziale, quella in cui più volte ho avuto l’onore di girare in auto con lui, di parlare di musica, di politica, di umanità. A volte parlava solo lui, ma non lo faceva con atteggiamento egotista, ed era un piacere ascoltarlo. Quando iniziai a lavorare su Ballata per Fabrizio De Andrè si affezionò molto a me, al punto di parlare di me a diversi suoi amici, lui amava molto Fabrizio e cantava spesso Bocca di Rosa.

Una volta mi disse di aver visto il mio fumetto a puntate su l’Unità e che era molto fiero di questo. Ma era già da un po’ che gli facevo la Corte per fare qualcosa insieme, per avere qualche sua parola scritta apposta per me. Già dai tempi di Mono, per la Tunuè, iniziò la seduzione, ma lui era impantanato con mille concerti e impegni vari. Con Dieci Giorni da Beatle era troppo naturale, per me, pensare a lui, con cui ho parlato a lungo dei Beatles, che lui adorava e portava in giro con un bellissimo progetto acustico tutto dedicato alle loro canzoni.

Se penso a lui non penso, quindi, solo alle canzoni del Banco, ma a Eleanor Rigby o Here, There and Everywhere. E penso a Mogol, altro argomento di belle discussioni. E a Bocca di Rosa. E poi penso alla sua risata, alla sua incredibile umanità e gentilezza. Per un periodo ebbe dei problemi ad una gamba, subì una operazione, e camminava a stento, così, per un concerto, fui letteralmente la sua stampella umana, aiutandolo a salire o scendere le scale. E poi parlò di me, in platea, e io mi sentivo felice.

L’anno scorso ci siamo sentiti spessissimo per la Prefazione, e gli mandavo il materiale, poco a poco, per posta o per Fax, dato che non amava le e-mail. E amava le lettere scritte a mano. L’ultima volta che ci siamo visti fu due anni fa, al teatro Dante, per un bellissimo concerto del Banco insieme alle Orme. E mi viene da ridere, perché oltre a Francesca, con noi c’era anche un altro Francesco, che si occupava fra l’altro dell’organizzazione, e, mentre si tagliava una torta nei camerini, lo chiamai, convinto di avere loro due accanto, dicendo “Francesco, scusaci…”, ma in realtà ero solo, e sembrava che parlassi al plurale come un cretino. L’ultima volta che invece abbiamo discusso è stata a dicembre. Una telefonata qualsiasi, per sapere come stava, che faceva. E lui mi diceva ancora quanto gli fosse piaciuto il libro, e io gli chiedevo a cosa stesse lavorando.

Anche se il rapporto, negli anni, si era notevolmente trasformato, non ho mai smesso di essere un suo fan, ma posso vantarmi di essere stato anche qualcosa di più.

E posso vantarmi di queste parole, che lui scrisse per me:

Imagine, che sia un giorno che ti va bene, e già va bene. Imagine poi che ci sia anche il sole, e anche questo va bene.
Imagine che squilli il telefono, e questo non va bene, non va bene se stai pensando, lavorando, sognando… ma aspetta, dipende.
Imagine che chi ti chiama dall’altra parte dica «vuoi venire in paradiso? Oh! Capiamoci, non per sempre, solo per un po’». Lì per lì rimani tramortito, sottoschiaffo, felicemente rimbecillito, e non fai nessun calcolo, non valuti quello che ti sta succedendo o che potrebbe succedere, e non metti in conto che il caso, la vita, il destino o come vuoi che si chiami, tesse comunque la sua trama e ti mette in condizioni di non poter scegliere, anche se apparentemente ti sembra di scegliere, ma alla fine pensi e Imagine che una gran botta di culo
non si rifiuta certo, e qui scatta la trappola. Sei convinto che le tue ossa e la tua testa possano resistere benissimo a certe accelerazioni, e pensi di essere
abbastanza attrezzato per affrontare una giornata di cento ore o un mese lungo un anno, dormendo qua e là ogni tanto.
Ma se non è ora, quando?
E allora si parte, si va, come un maratoneta, ma la gara è lunga e la mazzata che ti arriva sulla milza è ben oltre tutte le supposizioni che hai cercato di Imagine. Sei convinto di poter sostenere qualsiasi confronto con il successo, anche se temporaneo, ed è proprio questa durata a termine il punto di rottura che prima ti avvolge e poi ti sconvolge, perché quando tutto si acquieta e le luci si spengono, il respiro torna normale, il giorno di ventiquattr’ore, le parole meno ansiose, arrivano i primi fantasmi, gli interrogativi, gli «e adesso?».
Già.
Adesso Sergio è veramente ad alto rischio, perché deve mettere in moto tutte le sue endorfine, a dispetto della sua serenità, per trasmettere tutto questo sulle sue tavole, la regia delle immagini, il segno, il colore giusto, raccontare un’epoca, un percorso che prevede anche dei cambi nel costume in cinquant’anni. Il viaggio «all’inferno e ritorno» di Jimmie Nicol nel sostituire Ringo Starr nel tour mondiale dei Beatles.
Sapevo che era nelle sue possibilità sorprenderci, e c’è riuscito lasciando ancora spazio a tutto l’Imagine possibile.


Come prima

Non mi sono mai fermato, ma non ero più lo stesso… Se mi guardo indietro vedo un anno di crisi, un altro anno per cercare di uscire da quella crisi, l’inizio di una risalita, la ricaduta più bassa e poi eccomi qui.
Mi accorgo che tutto ė come prima perché mi alzo la mattina e accendo subito il computer. Questo piccolo gesto mi mancava da quasi tre anni, e adesso ho ripreso a farlo, così come non fermarmi la sera. In questo momento sono un treno in corsa che non riesco a fermare, certo, ho acquisito una certa disciplina, ma ė davvero inebriante passare una giornata come oggi, ininterrottamente a lavorare, noncurante dei dolori al collo. Era proprio quello che facevo in tempo, e questi dolori mi mancavano.


1 Year

Oggi la Canzone in aria era questa, almeno per me.

Gli anniversari sono curiosi, alimentano certi pensieri, come se per il resto dell’anno non ce ne fossero.
Comunque siamo stati abbastanza bravi e sinceri, dimostrando che un anniversario può influenzare ma non troppo. In fondo, è stato un pensiero perpetuo per tutti, e arrivare a oggi è stato più veloce di quel che immaginassi.
Da domani si ricomincia a lavorare al libro. In realtà ho già ripreso tutto un paio di giorni fa, ma va bene.
Tante cose bollono in pentola…


Telefono (a) Casa

Se c’è un’invenzione dell’uomo a cui sono davvero affezionato, più del computer, è il telefono. Ma non il cellulare, intendo invece il benedetto telefono FISSO, quell’affare che sta in casa e che ormai si usa sempre meno. Anzi, se devo dirla tutta, sarei ancora più affezionato alle cabine telefoniche, alle lunghe attese, ai gettoni e alle schede telefoniche, alla gente dentro che faceva gesti inconsulti per farti capire che starà ancora un bel po’ e che puoi andare a farti un giro nel frattempo.

Amo il telefono, amo stare al telefono, soprattutto quando disegno, o quando sto facendo qualcosa che non comporta sforzi particolari del cervello, ed è una piccola mania che non demorde, anzi, fino all’altra sera, mentre lavoravo, sono stato ben due ore e quaranta al telefono con un mio amico “storico” di telefono, ovvero Salvo, che ovviamente vedo anche in carne ed ossa, ma con cui c’è un continuo rapporto di questo tipo.
Quello che mi dispiace, è che sempre di più sembra sia visto come uno strumento ortodosso, quasi pauroso per le nuove generazioni, difatti ogni qual volta qualcuno mi scrive e la cosa si fa per le lunghe, magari anche per consigli tecnici e cose del genere, appena nomino l’idea di sentirci per telefono (cosa assolutamente normale per gli scambi di informazioni fino a più di dieci anni fa) sembra quasi alla stessa stregua della peggiore frase a sfondo sessuale che possa essere concepita da essere umano, e spesso fuggono.
Sembra quasi che l’idea di “sentirsi per voce” sia diventato un passaggio in più, un qualcosa totalmente sostituito dallo scrivere un sms o un email, che tanto piace anche a me, ma non potrà mai sostituire la bellezza dello scambio diretto ed immediato.


Varie ed eventuali

Post cumulativo.
Ormai, penso tanti post, e poi non ne scrivo nessuno, vuoi per tempo, vuoi per altri motivi. Magari invece se me ne frego di dover per forza farli tematici potrei cercare così di recuperare un po’ di roba…

Inizierei dai Vendicatori: simpatico, divertente, decente. Non il capolavoro che tutti dicono, ci vorrebbe una sceneggiatura ben diversa, ma il lavoro è impressionante, il ritmo buono e, soprattutto, i personaggi interagiscono in maniera soddisfacente. Thor fa un po’ la figura del fesso, ma penso sia colpa in parte dell’attore, invece Hulk sembra finalmente trovare una sua decorosa dimensione cinematografica che potrebbe far sperare.

Perché nostalgia? Non so, sarà il periodo, l’inizio dell’estate, le giornate più lunghe… però sono un po’ preso di nostalgia, cose che mi mancano, cose che non ho più, cose che potrei avere, cose che non potrò più avere. Ho resistito qualche mese con ritmi imbarazzanti, e forse adesso sono solo un po’ stanco, chi lo sa…

Mi rivedo da un po’, ormai un bel po’, con un amico che non ho frequentato per qualche anno. E’ piacevole ritrovare un’amicizia, è stato un riavvicinamento immediato ma comunque lungo nel nostro ritrovarci a proprio agio, e devo dire che adesso funziona tutto abbastanza bene. In fondo sono pieno di amici, sono solo io che sono storto e non riesco ad essere costante emotivamente.

Sono stato qualche giorno a Torino, dove sono stato poco e niente nella mia vita, e se si conta che mio fratello sta lì da dieci anni fa capire quanto male gestisco i miei tempi. Ho girato un po’ la città con Federica ed è stato bello.

Canzoni del Giorno: sono ormai al centotrentesimo giorno. Ho fatto anche qualche passo tecnologico, faccio quindi un piccolo riassunto delle mie preferite degli ultimi tempi…


Quello che ho da dire su Jean Giraud/Moebius

Anzitutto diciamolo: è scomparso ANCHE Jean Giraud. Limitarci a piangere Moebius non basta. Non è andato via un autore di fumetti, ma, almeno, due. E chi lo conosceva bene sa che erano anche più di due.

Ho un sacco di miti, e tante passioni. Non ho mai amato però gli atteggiamenti da fan accanito: tutti i miei riferimenti, ad esempio, nel mondo della musica ho cercato, quando possibile, di approcciarli, conoscerli, sviluppando un rapporto carino (vedi Mauro Pagani, Francesco di Giacomo, Stefano Bollani, Petra Magoni..), basato non sugli stupidi urletti ma su qualcosa di più concreto, umano.

Il mondo del fumetto è come un enorme albergo, pieno di stanze, dove ci si conosce tutti, magari ci si è incontrati solo in ascensore, o magari non ci si è incontrati affatto ma si sa che al terzo piano c’è Tizio Tal dei Tali, e si sapeva benissimo che Moebius era in quel determinato piano e, se volevi, e avevi un po’ di fortuna, non era impossibile incontrarlo per una piccola chiaccherata sul pianerottolo.

Ho fatto la scoperta del suo mondo intorno ai 17 anni, e mi sentivo già di avere sprecato un sacco di tempo, ed è stato un fulmine a ciel sereno: da quel momento i miei ideali e i miei modelli sono cambiati radicalmente.

Nel 1997 Affiche organizzò a Palermo una sua mostra antologica. Ai tempi, col cazzo che c’era Internet ad avvertirti di cose del genere, quindi, scoperto per puro caso attraverso un giro di telefonate, mi fiondo letteralmente impazzito a quello che era già il secondo giorno dell’esposizione. Lui era lì. E io, timidissimo e impacciato, mi limito a fare la fila, farmi fare un piccolo autografo, e considerarmi la persona più fortunata del mondo (insieme a quelle poche altre, perchè, bisogna dirlo, non eravamo neanche moltissimi).

Ho rivisto quella mostra decine di volte. Mi ha sconvolto, scombussolato, sconfitto e stimolato. Non ho disegnato per due mesi, forse tre. E per me, che disegnavo centinaia di pagine al mese (davvero), erano davvero tanti. Poi sono tornato alle tavole, e avevo appreso mille cose.

Di lui non amo solo il disegno, o le idee, ma le scelte artistiche: sapere che gestiva stili diversi a seconda del genere o delle situazioni mi eccitava. E poi aveva anche influenzato Andrea Pazienza, quindi sticazzi.

Anni dopo, alla mia prima Angouleme, lo incontrai. Parlammo di Palermo, di cui aveva un bellissimo ricordo, gli feci vedere dei miei lavori, facemmo anche delle foto, andate perdute insieme al rullino di quella macchina fotografica, ma vabbè, continuavo a incontrarlo ripetutamente ogni volta che sono andato ad Angouleme, e ogni volta dovevo rompergli le palle per 5 minuti su Palermo e cose così.

L’ho incontrato anche a Napoli, inginocchiandomi ai suoi piedi, l’anno in cui avevo pubblicato Pioggia d’Estate, con un capitolo a lui dedicato, potendo così donarglielo.

Pur non ricordandosi mai di me, era sempre gentile, e anche se il mio inglese fa storicamente cacare, riusciva a comprendermi e rispondermi in maniera chiara e semplice.

Come i suoi disegni da Moebius. Chiari e semplici, ma estremamente sofisticati.

Ora, tornando all’inizio, nella mia vita “matura (dai quindici anni in su)” non ho mai avuto atteggiamenti da fan accanito, neanche quando ho visto Roger Taylor. Mai. Ho le mie passioni, e sono anche abbastanza nerd nel coltivarle, ma mai quegli urletti che dicevo.

Tranne il giorno della mostra a Palermo, per lui.

Quel giorno lui mi fece l’autografo con un pennarello che avevo appena acquistato.

Quel pennarello l’ho imbustato, per “preservare” la sua magia. Per darmi forza. Per avere un simbolo sempre davanti agli occhi.

Quel pennarello è ancora imbustato, sempre in mezzo agli altri pennarelli, sempre sopra il mio tavolo da disegno.

Quel pennarello è il mio unico urletto. Ed è per Jean Giraud, per Moebius, e per Gir.

Mi mancherà davvero.


Sergio Bonelli

Mi sembra tutto stupido al momento, le parole che potrei usare, i disegni che potrei fare. E' un dramma, il punto di non-ritorno, il giorno in cui tutto cambierà.

Ps: è stato un martirio anche solo scegliere la foto…


La Casa 2

Vediamo. Dove ero arrivato? Ah ok.

Continuando la storia del portone, il risvolto divertente fu che, dopo una settimana, la cassettina della serratura riapparve magicamente. E da quel momento non fu più toccata. Mistero della fede.

Ma i problemi grossi stavano per arrivare. Si fece settembre, e iniziò quasi subito uno dei peggiori inverni della storia palermitana, con violenti nubifragi. Lì ho cominciato a scoprire di avere numerose infiltrazioni di acqua, sparse in diversi punti della casa. Tanto per complicare le cose, una notte scordai la finestrella del bagno aperta, e tornando a casa trovai, letteralmente, bagno e cucina allagati.

Le macchie sul soffitto iniziavano ad allargarsi a vista d'occhio. Inizialmente, il nucleo principale fu nel corridoio. Dopo solo qualche giorno iniziò a formarsi tanta di quella muffa che entrando in casa l'odore ti inebriava immediatamente. Iniziai a parlarne col padrone di casa, che snobbò apertamente la notizia. Feci una prima "lavata", ma nel giro di un altro mese non solo si era riformata negli stessi punti, ma si era decisamente ingrandita a vista d'occhio, iniziando a colmare zone in cucina, nel bagno e nel soggiorno.

Da lì a poco arrivò anche in camera da letto. Nel frattempo, il tempo peggiorava. L'omino mi mandò in casa una specie di architetto che doveva controllare lo stato delle cose, e si scoprì che il problema, ovviamente, veniva dal tetto, dato che il mio appartamento era all'ultimo piano. Peccato non abbia foto della condizione del tetto, perchè sarebbe stato molto divertente farle vedere.

Il padrone dei miei maroni, sminuiva la cosa, dicendo che era normale, anzi cercando di dare la colpa a me, buttandola sulle stufe a gas e cose del genere. Il punto era che fare i lavori per sistemare tutto sarebbero costati un putiferio, e lui non aveva assolutamente voglia di farlo. In seguito, scoprii anche, parlando col capo condominio, che lui non aveva neanche parlato del problema alle riunioni che seguirono.

La muffa iniziava ad infiltrarsi negli armadi, sui vestiti, sugli strumenti musicali, l'umidità mi ha piegato libri, fumetti, tavole disegnate. C'era più freddo in casa che fuori, e quando facevo la pipì sembrava di essere sulla neve, con tanto di fumo incluso. La muffa nella stanza di letto era sempre di più. Mais se la trovò addirittura sui tutori per le mani. E iniziò ad avere problemi di respirazione. E il padrone della mia minchia se ne fotteva allegramente. Iniziammo a litigare (col padrone del cazzo), che voleva ancora posticipare la cosa. Iniziai a cercare un'altra casa. Ed eravamo "solo" a fine novembre.

Trovai una casa, traslocai a fine gennaio, ed eccomi qui. Ma da quei due mesi da novembre a gennaio mi sembrarono, e mi sembrano ancora, il periodo più lungo e stressante della mia esistenza. I miei nervi sono saltati del tutto. Non ce l'ho fatta. Non ho retto. Si iniziarono a chiamare avvocati, lettere, perizie, tutta una trafila il cui solo pensiero mi fa ancora stare male. E le sue parole, la sua deficienza e la sua maleducazione, sommate ad alcuni altri problemi personali paralleli, erano la ciliegina definitiva che mi serviva per farmi sbroccare del tutto. Il giorno della consegna delle chiavi che poi non volle (dato che voleva farmi firmare un foglio in cui avrei dovuto pagare altri due affitti), quindi senza consegna, rimarrà sempre nella mia memoria. Come la notte in cui litigai con Mais, totalmente fuori di testa (io).

Da lì, recupero ancora i cocci di quello che è stato, a seguire, un anno buio e penoso.

Devo ringraziare, con TUTTO il cuore, due persone che mi hanno dato un supporto fondamentale: Lavinia, per le parti legali, e Leandra, per la perizia. Ma, soprattutto, per l'amicizia.


L'estate sta finendo

…così cantavano i Righeira, ed effettivamente è davvero quello che penso adesso. Non per l'estate in sè, ma per una sensazione generale che sento addosso; di un ciclo difficile e di un anno, appunto, che mi pare volato via come nessun altro, e in cui, contemporaneamente, sono successe davvero un mucchio di cose. Ed è proprio adesso che sento la consapevolezza di tutte queste nuove informazioni, delle amicizie nuove, di quelle rinnovate, di quelle ritrovate e di quelle perse. Un anno movimentato, comunque importante. E, alla fine, l'estate sta finendo e non me la sono goduta molto, e mi dispiace sul serio.


Il caso Humanoidi

C'era una volta un fumettista palermitano che iniziò a pubblicare per Les Humanoides Associes

Siamo nel 2006, firmo questo bel contratto e nel 2007 esce Pioggia d'estate, il mio primo libro a fumetti per la casa editrice del mio mito, Moebius. Un sogno.

I progetti erano quelli di fare due/tre libri l'anno. Come mai non ne ho parlato più? Cosa è successo?
Ebbene, dato che ormai il cerchio si è chiuso, eccomi qui a sfogarmi un po'.

Il contratto di Pioggia d'estate era chiaro: 5000 euro di anticipo sui diritti, divisi in tre tranche (inizio, metà e fine lavoro). Appena finito il volume, mi fu chiesto dal mio editor di mettermi subito al lavoro sul seguente, quello che poi è diventato Comix Show.

Nel frattempo, iniziavano a girare strane voci sulla situazione economica degli Humano, ma l'editor minimizzava, dicendo che era quasi normale, un ciclo che si ripeteva periodicamente.

Così, nonostante tutto, mi misi al lavoro sul secondo volume, nonostante non avessi ancora ricevuto la terza tranche di Pioggia d'estate, dato che le parole erano così rassicuranti.

E questo fu il mio grande errore.

Con Comix Show ottenni, sulla carta, un leggero aumento dell'anticipo: 5500 euro.

Il tempo passava, e l'editor mi diceva di star tranquillo, che la situazione era temporanea, e che io, se avessi voluto, avrei potuto interrompere la lavorazione, ma che in effetti il tutto si sarebbe dovuto sistemare a breve e che, come al solito, non dovevo preoccuparmi.

Giungo a tavola 90 dopo cinque mesi di lavoro, in cui avevo quasi totalmente escluso altri lavori, insegnato poco e addirittura non fatto proprio il corso annuale al Liceo Artistico. Era una buona causa, almeno pensavo.

Mando la prima bozza di copertina. Ok. Al secondo giro la risposta si fa un po' attendere. Strano.
Mi viene detto che c'è da aspettare un po' che la situazione si calmi. C'è un nuovo direttore.

Il nuovo direttore ha un'idea geniale per evitare la bacarotta: non pagare.

In questo modo vengono tagliate un po' di teste, alcune anche abbastanza grosse, bloccati in partenza alcuni progetti, altri interrotti. Io sono l'unico fesso che ha concluso un volume che non verrà nè pagato nè pubblicato. Essì, perchè la beffa suprema non è solo quella di non essere pagato.

Quale ironia della sorte per un albo che parla proprio di un fumettista e dei problemi inerenti a questo lavoro.

In tutto, gli Humano dovrebbero darmi 7000 euro, ovvero l'anticipo di Comix SHow più la terza tranche di Pioggia d'estate.

Passa il tempo. Un anno. Le mail si fanno sempre meno frequenti, le risposte vaghe, anche se arricchite sempre di false speranze. Si inizia a parlare di accordi. Improvvisamente, accettano un compromesso: 3000 euro immediate e la liberazione dei diritti per potermi rivendere i due albi a chi volessi. Stranamente accettano subito. Stranamente mi arriva molto velocemente a casa un documento da fimare. Stranamente dopo due settimane circa il Tribunale Francese prende la causa del fallimento Humano sotto braccio, controllando tutti i vari crediti insoluti. Per loro io attendevo 3000 euro.

Figli di puttana.

Il tempo passa. Il Tribunale decide secondo non so quale criterio quale debito saldare per prima, quale dopo. Siamo già nel 2009, ho notizie sporadiche, ma, nonostante tutto, positive, perchè mi vien detto che i Tribunale farà in modo che tutto verrà risolto.

L'anno scorso mi arriva una bella lettera impostata, elegante, con marca da bollo e tutto il resto.
Mi viene chiesto di scegliere fra due opzioni. Un accordo su un accordo, insomma.

Opzione1: avere il 20 per cento dei miei 3000 euro (che dovevano essere 7000) in sei mesi, e basta.
Opzione2: avere la cifra completa, ma in 9 anni.

9 anni. Non scherzo. 9 anni in cui gli Humano, o i fumetti stessi, potrebbero non esistere più.

Chiedo consiglio a chi ha seguito tutta la vicenda, e mi viene detto che la soluzione migliore sarebbe quella di spuntare l'opzione numero 2, per fare dopo agli Humano una proposta alternativa (un accordo sull'accordo dell'accordo) tipo di 2000 euro subito per togliermi loro dalle scatole e viceversa. Mi lascio nuovamente convincere e attendo.

I tempi delle risposte si fanno ancora più lunghi. Da agosto dell'anno scorso attendo per questa fatidica proposta alternativa/bis. Ma poi ho avuto i miei cazzi e non ho pensato più a sollecitare. Già, perchè se non si sollecita in sto mestiere per gli altri è tanto di guadagnato.

All'inizio di quest'anno mi rompo veramente i coglioni. Mi si dice, finalmente, che verrà fatta la proposta alternativa/bis, ma nell'attesa della loro ulteriore risposta mi giunge in casa un'altra bella busta, ufficiale, del Tribunale, con dentro un assegno di 180 euro. Il primo assaggio dei miei tremmmilainnoveanni. E mi viene detto che nel momento in cui ho ricevuto il primo pagamento ufficiale non si può fare nessun accordo alternativo/bis o tris che sia.

Bene. Voglio proprio vedere in questi prossimi nove anni come andrà.

Ps: dato che questa storia è maledetta, avevo già scritto questo post, un po' più dettagliatamente, avevo cliccato su "pubblica" ma non è mai apparso.


Pausa

Ho bisogno di un attimo di pausa. Purtroppo, non riuscirò a prenderla in maniera assoluta, quindi i lavori che sono attualmente in corso dovranno andare avanti (eventi, lezioni etc), ma sicuramente potreste vedermi di meno in giro nella rete.


Windows 7, Thunderbird e varie altre minchiate

Mi sembra di vivere in una In the Rock continua: ne finisce una e ne penso altre due. Ma le serate vanno così bene che vengo perennemente trascinato dall'entusiasmo della gente che le segue, che mi dà la forza di andare avanti.
La musica, in questo momento, mi sta salvando dallo stress.
C'è stato un periodo, tanti anni fa, in cui pensavo che scrivere canzoni fosse più terapeutico di fare fumetti, che sì erano la strada che volevo percorrere, ma che non mi permettevano uno sfogo se, ad esempio, ero incazzato per qualche motivo.
Poi, col tempo, sono riuscito a canalizzare le emozioni su carta, vedi da Pioggia d'estate in poi, e ho messo da parte la scrittura in musica.

Adesso rieccomi preda di una foga musicale, che vorrei sfruttare nel tempo che mi rimane fra una lezione a scuola, un lavoro qui, un disegno là, una colorazione giù, una supervisione su.
Insomma, può essere che mi vedrete in giro, nel prossimo futuro, a suonare roba originale. Chissà.

Per il resto, ho dovuto installare Windows 7 per via di una RAM che altrimenti non sarebbe stata sfruttata al massimo. Non mi trovo bene in tutto, anche se alcune cose sono interessanti… ma mi abituerò.

E uso Thunderbird, al posto di Incredimail che mi aveva rotto i maroni da molto tempo ma non avevo mai trovato il modo (o avuto il tempo per trovarlo) di trasferire le sue email in un altro client di posta elettronica. Sembra che adesso sia tutto nel nuovo sistema, e sembra che stia riuscendo a rimettere in sesto diverse cose lasciate in sospeso.

Mi sono anche iscritto a un torneo di Risiko.

Ho iniziato a provare in un trio acustico.

E magari domani inizio anche a disegnare qualcosa per qualche nuovo progetto…


Granito

Di questo sono fatte le mie mani ultimamente, almeno in faccende musicali.

E' veramente deprimente, ma è passato un sacco di tempo da quando ho imbracciato una chitarra "sul serio", e mi sono accorto oggi pomeriggio di non sapere più suonare neanche le mie canzoni, e non solo perchè non me le ricordo, ma anche quando lo faccio le suono da far schifo, e non è che stiamo parlando di chissà quali difficoltà tecniche.

Insomma, mi devo decisamente rimettere in moto, anche perchè nella nuova casa sto ritrovando la forza per pensare di rimettere su una band di pezzi originali. Vedremo…

Nel frattempo, beccatevi la prossima serata by In The Rock, ovvero:


Recuperiamo recuperiamo…

Ovvero, seguirà raffica di post.
La casa inizia a sistemarsi e, anche se ho ancora un mucchio di faccende arretrate e future per la testa, mi piacerebbe iniziare a tornare a dei ritmi umani…


Una marea

Ho cambiato casa. In quella vecchia si stava annegando letteralmente nella muffa, e il che non è bello.
Non è bello neanche che il padrone in questione se ne sia fregato altamente, e che stia cercando di fregarmi soldi, mensilità e caparre in tutti i modi.

Il mio livello di stress prima di Angouleme era arrivato a una sorta di record personale, quasi non mi si poteva parlare più, e questo stato si trasformava in stanchezza, che poi diventava ritardi sul lavoro, poca comprensione nei confronti degli amici, che poi si ritrasformava in stress e via dicendo.

Angouleme, almeno fino a questo momento, mi ha ritemperato.
Ok, sono pieno di lavoro, di roba da fare, di progetti, di eventi da organizzare, ma è un nuovo anno, e aver messo piede in un posto in cui dormire più accogliente, per quanto più caro (e quindi altro stress) devo ammettere che fa la sua bella differenza.

Presto posterò foto della mia nuova dimora.


Liceo, varie ed eventuali

Periodicamente va a finire che ritorno a parlare del liceo.

Non ho foto. A parte le 4 foto di classe, e qualcuna del terzo anno, quando ci eravamo già spostati di sede, non ho altre foto dell’originale scuola in via Cilea, quella in cui ho i ricordi più importanti, quella che è finita in Pioggia d’estate.

Ho molto in testa, la disposizione della aule, certi scorci, e molta roba sono riuscito a visualizzarla proprio su Pioggia, ma invidio molto l’attuale era delle digitali, dove sì fai 8000000 foto che magari non riguarderai mai, però da averne troppe a non averne nessuna c’è una certa differenza.

In cambio, ho un tesoro inestimabile, che sono i miei diari. Pagine e pagine di scritti e resoconti di quei giorni, con nomi, cose, luoghi e tutto quello che mi passava per la testa, dai cartoni che guardavo alle mie prime canzoni. Disegni pochi, nei diari ho sempre disegnato di merda.

Oggi mi sono spulciato un po’ di gruppi su Facebook dedicati alla mia vecchia scuola, e ho trovato alcune meravigliose foto, alcune con gente che ricordo, altre con personaggi sconosciuti, immersi però in fondali a me decisamente familiari, e mi sono un po’ commosso, scoprendo di non ricordare poi proprio tutto alla perfezione come pensavo. Soprattutto, è stato bello rivedere le fatidiche scale dell’acquario.


Perdere Tempo – Pinkerton

In questo lavoro una cosa va bene e tre no. E probabilmente la cosa che va bene sarà pagata un decimo di quelle che non vanno in porto o che ti fregano all’ultimo minuto.

E’ stancante scoprire di continuo che quell’albo non verrà pubblicato, che quell’altro non sarà pagato, che quell’editore ha interrotto le pubblicazioni e così via, credo che ognuno di noi ne abbia da raccontare a pacchi di storie del genere.

Le buffonate più grosse me le son tenute per me (ma chissà…), mentre quest’ultima, che non mi frega proprio tantissimo se mi sputtano, la voglio proprio raccontare:

Un mesetto fa, o giù di lì, mi chiama la mia cara amica Ketty, per dirmi che cercavano un colorista per le copertine di una nuova serie della Star Comics, che le avevano chiesto, ma lei non aveva molto tempo e così ha pensato di "passarmi la palla".

Ho sentito quindi il disegnatore della suddetta copertina, Beppe Candita, che mi ha spiegato un po’ qualcosa sulla serie, di cui lui sembrava avrebbe dovuto essere il copertinista ufficiale, e poi mi ha dato un sacco di utili suggestioni riguardo la cover.

Fra l’altro, mi ha detto fin dal primo istante che non sarei stato l’unico a fare delle prove di colorazione, è stato molto carino e onesto, oltre che gentile e professionale.

Nonostante tutto, ho accettato questa sfida, l’idea di colorare una serie mi allettava, così mi son messo al lavoro per un po’ di giorni, riflettendo sui toni, facendo diverse prove, e tirando fuori, alla fine, questa:

Credevo di aver fatto un lavoro come minimo decente e aspettavo il responso di questa specie di gara. In parallelo, Ketty mi diceva che avevano chiesto a Giuseppe De Luca di fare una cover alternativa, e nonostante attendessi risposta, tutto questo iniziava ad ingarbugliarsi.

Si aspettava perciò Lucca. A Lucca qualcosa sarebbe saltata fuori.

A Lucca, infine, è uscito questa specie di depliant promozionale delle nuove serie, ovviamente già bello stampato, fra cui Pinkerton, e, sorpresa-sorpresa, la copertina non era più quella di Beppe, quindi, ovviamente, del mio colore (come quello degli altri) non fregava più niente a nessuno.

Sia chiaro, non è che abbia perso molto tempo questa volta, "solo" qualche giorno, ma di più è la mancanza di rispetto che mi deprime.

Ecco, questo è il nostro mondo. Rose, fiori e a volte anche qualcos’altro.


Nostalgia

No, non è uno spot di Watchman.

La musica per me è come una macchina del tempo, e lo spiego bene in Pioggia d’estate, fra l’altro.

Una certa canzone può suscitare in me emozioni profondissime, ricordarmi un determinato periodo, o, addirittura, uno specifico momento.

Ci sono canzoni che non smetto mai di ascoltare, e che quindi sembrerebbe perdano questo potere, invece non è affatto così, sono come delle vecchie foto, non posso dimenticare OGGETTIVAMENTE quel che mi vogliono ricordare.

Ma a volte accade l’imprevedibile, ovvero quando riascolto una determinata canzone esattamente nello stesso periodo, momento o, perchè no, istante, di un mese, settimana o giorno specifico, solo di qualche anno prima. Mi accade raramente, ma quando accade è veramente un colpo al cuore, improvviso, perchè non è che me la vada a cercare, arriva senza preavviso e senza che me ne renda conto immediatamente.

Poi, dopo il rush di nostalgia, mi rendo conto che i luoghi, le situazioni e le persone che ricordo così vividamente spesso non sono corrisposti, e se esce fuori un discorso del genere con qualche persona sopravvissuta dell’epoca o, ancor peggio, con qualcuno reincontrato dopo molto tempo, la discussione si chiude con un sorriso e una frase del tipo "ah, già, vero, non lo ricordavo!", magari detto davvero con sorpresa, ma una sorpresa che dopo 10 minuti non conterà più nulla per la persona in questione, mentre magari io sto lì a sbracciarmi come fosse il ricordo più importante della mia intera esistenza, e mi rimarrà attaccato per chissà quanto tempo.


L'archivista

In tutto il marasma di questi ultimi giorni, volevo ricordare qualcos’altro…

C’era un caro signore che abitava al piano sopra casa dei miei. Ci si incontrava sulle scale, in ascensore, o nei dintorni del palazzo. Mi riservava sempre un sorriso gentile e un’affettuosa pacca sulla spalla, e almeno due o tre volte a settimana tirava fuori qualche pagina a fumetti proveniente dal suo enorme archivio, o un vecchio articolo, o qualche inserto, o qualche copertina, o, in qualche caso, qualche volumone di quelli che rilegavano i nostri nonni mettendoci dentro i fumetti che acquistavano, una tradizione ormai persa che tendeva a voler rendere l’albettino da edicola un oggetto più prezioso, da libreria, lasciandoli a mio padre in consegna da darmi.

In mezzo a queste meraviglie ho trovato di tutto, da veri pezzi da collezione, come un Isola del tesoro adattata da Claudio Nizzi o i fumetti disegnati da Don Backy, a pagine senza valore (collezionistico) strappate via da vecchi quaderni da scuola, il tutto raccolto e conservato con cura e poi donato nel tempo al sottoscritto.
Le ultime chicche sono state delle pagine dei quotidiani all’epoca della morte di Battisti e di De Andrè, e una versione a puntate su giornale di un episodio di Sam Pezzo.

Ma non contano i fumetti in sè, potevano anche essere vignette inutili o mal disegnate, mi stupiva invece il suo volermele regalare così facilmente, dopo averle tenute per così tanti anni. Mio padre mi ha sempre detto che il signore in questione mi voleva molto bene, e anche se ci parlavamo saltuariamente, i pochi momenti che condividevamo erano di grande affetto e attenzione.

Purtroppo, lui è venuto a mancare la mattina della partenza per Lucca, e sono partito col groppo in gola, pronto, come al mio solito, a fare finta di niente.

Se fosse capitata l’occasione, sarei stato capace di partire con un discorso strappalacrime, meno male, forse, che sia andata in sordina, mi si addice di più.

Lo avevo disegnato qualche anno fa, e voglio salutarlo così, con un disegno stupido e mal fatto, ma era il massimo che fossi riuscito a fare.


Tenere testa

Inizio a perdere colpi, a non riuscire a tener testa a tutte le cose che faccio.
Probabilmente, anzi sicuramente, mi lascio trascinare in troppe cose superflue. Non riesco più a leggere quello che compro, non rispondo subito alle mail, e dimentico spesso poi di farlo, lascio aperto Msn o Skype, la gente mi scrive, non rispondo perchè magari sono da un’altra parte, lo dimentico e poi passo magari per quello che snobba le persone.

Soluzione:
1) Farò un elenco di quello che sto facendo, ed escluderò tutto quello che sarà professionalmente irrilevante.
2) Aprirò i programmi di messaggeria istantanea solo quando mi servirà, scrivetemi quindi per mail o chiamatemi al telefono.

Certo, il trasloco non mi ha aiutato, ma gli ultimi tre/quattro mesi sono stati un didastro da questo punto di vista, spero che adesso, che mi sono più o meno sistemato, potrò rimettere in sesto la mia affidabilità.



Piccole soddisfazioni

Può capitarmi di leggere una bella recensione di un mio fumetto, o di sentire belle parole.
La mia fortuna è di non essere un grande fumettista, di quelli importanti, così se qualcuno si preoccupa di scrivere qualcosa su di me generalmente lo farà sinceramente, senza obblighi redazionali.
Così, ho collezionato una serie di piccole recensioni che mi stanno molto a cuore, che mi hanno colpito e commosso.
Quando poi, e questo accade molto più raramente, vengo contattato solo per ricevere dei complimenti mi sembra sempre tutto molto strano.

Un episodio curioso è stato reincontrare un amico del liceo che mi ha detto di avere ricevuto per il suo compleanno Pioggia d’estate, albo in cui lui è anche presente, regalatogli da qualcuno che non aveva la minima idea nè che io fossi di Palermo nè che conoscessi il festeggiato.

Ma stasera trovo su Facebook questo messaggio:

Ciao Sergio!!!
Mi permetto di darti del tu anche se non ci conosciamo. In questi giorni mi hanno regalato il tuo "Ballata per Fabrizio De Andrè". Non sai quanto mi è piaciuto. Bello l’uso che fai della linea, evocativo il b/n. Ma geniale anche l’idea di far ricordare De Andrè dai personaggi delle sue canzoni. Ti contatto esclusivamente per questo, complimentarmi con te. Confesso che non ho mai pensato che il fumetto potesse essere considerato una forma d’arte. Lo vedevo come una forma d’intrattenimento, nient’altro. Grazie anche a te, sto cambiando, anzi, ho cambiato idea. Ed infatti sono corso (metaforicamente perchè l’ho ordinato su internet) a comprare il tuo "Pioggia d’estate": spero mi arrivi presto.
In bocca al lupo per i tuoi progetti

Non è la parte del "geniale" che mi lusinga, poco lo è il mio fumetto alla fine, ma quel che viene dopo, ovvero l’idea che anche solo per un giorno sono servito a convincere qualcuno che i fumetti possono essere "qualcosa di più". E che questo sia stato percepito attraverso qualcosa che ho fatto io… mi emoziona non poco.


http://backend.deviantart.com/embed/view.swf
Woman without Hat by ~FoOLyS on deviantART


La scena più erotica del mondo

Ad anni di distanza, continuo a pensare che questa sequenza, nel mio caso vista la prima volta di soppiatto, a 12 anni, seduto a tavola per cena, sia la più sensuale che mente umana abbia mai concepito.

E che sarebbe bello rivedere Sherilyn Fenn in qualche altro serial…


Su Ballata per De Andrè: Amici, Parenti e alcune Recensioni

Un libro che mi ha divertito e che pur nella riconosciuta storia dei personaggi ha apportato un’ulteriore e originale punto di vista su Fabrizio De André. (I Barbari)

Nella graphic novel di Algozzino, composta da tavole in bianco e nero realizzate a mano con il pennarello, spicca l’ assoluta assenza di sfondo, come se quello spazio vuoto dovesse essere riempito solo dalla musica. La musica di Faber, appunto. (Repubblica)

E’ un libro straordinario, che ricorda il genio musicale di Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla morte, attraverso una storia a fumetti che vede protagonisti i più grandi personaggi delle canzoni di Faber. (Il Tirreno)

Raccontando De André è difficile resistere alla tentazione di utilizzare le stesse parole da lui scelte con cura maniacale. Parole la cui sintesi è in grado di racchiudere in poche strofe il lirismo di una vita intera. Sergio Algozzino, in questa sua Ballata, ha deciso di utilizzare le proprie, di parole. O, meglio ancora, le parole dei personaggi che De André è riuscito a formare così vividamente nell’immaginazione del giovane autore palermitano.(…)
Incorniciato da un manto di nuvole che via via si dirada, il tratto di Algozzino indossa una maturità inedita, esaltando il dialogo e l’emozione nelle espressioni di personaggi così diversi, e caratterizzandoli con la cura e l’amore riservati di solito agli amici più cari. (Davide Morando, per Comicus)

L’obiettivo del giovane artista palermitano è, dunque, dichiaratamente quello di creare una rilettura dell’opera di De Andrè lontana dalla normale retorica, che si enfatizza in ricorrenze importanti come questo decennale della morte. E, in questo senso, la scelta di esprimersi attraverso il fumetto rappresenta una scelta coerente di unicità e di lontananza dai luoghi comuni. (Palermo24h)

Sergio Algozzino, disegnatore, sceneggiatore e colorista palermitano, nasce nel 1978, anno di pubblicazione di «Rimini», nono album di Fabrizio De André. Non è evidentemente mai troppo tardi per immergersi totalmente nella musica e nella poesia del cantautore genovese, tanto da farne quasi una colonna sonora della propria esistenza. (Il Sole 24Ore)

La passione di Algozzino per il celebre cantautore è evidente nell’impianto della storia, non ha voluto descriverne la vita o sceneggiarne una canzone, ma ha cercato di far capire al lettore il messaggio della poetica di De Andrè e il ruolo che le sue canzoni hanno avuto nella propria vita e molto probabilmente in quella di tutti i suoi fan. (Lo Zibaldone di Nicola)

Ed è proprio di uomini ed eroi (nel senso più letterario di "protagonisti") che parla questo libro. Perchè Sergio ha fatto quello che forse molti autori solo si sognano: ha dato voce e figura ai personaggi delle canzoni di uno dei suoi autori preferiti. Ed è riuscito a restituirci, con pochi tratti e dialoghi semplici, la profondità dei personaggi insita nelle canzoni di Faber, la loro psicologia, il loro legame unico con colui che li ha "concepiti". Per fare quello che ha fatto lui ci vuole un grande coraggio ed una grande sensibilità. E Sergio dimostra di averne a sufficienza per uscire vittorioso da questa grande prova d’autore. Bravo Sergio. Grazie Faber. (Manlio Mattaliano)

Detta così, potreste pensare che questa Ballata per Fabrizio De André si prenda un po’ troppo sul serio.
E invece è un testo che si fa leggere con piacere, pieno di spunti brillanti e ingentilito da un tratto grafico ed elegante alla Tullio Pericoli. (l’Unità)

Non una biografia, ma un omaggio: questo forse è il primo significato del lavoro fatto da Sergio Algozzino Ballata per Fabrizio De Andrè. Credo che proprio al cantautore genovese, purtroppo scomparso l’11 gennaio 1999, sarebbe piaciuta l’idea, lontana da ricostruzioni apolegetiche e sensazionalistiche o dalle tentazioni del culto della personalità, cose che lui rifiutò sempre. (Francesco Barilli)

Come su un palcoscenico di un’opera teatrale d’avanguardia, i personaggi sono protagonisti assoluti, al centro della scena scarna, con le loro caratterizzazioni, i loro contrasti, e i loro ricordi, che mano a mano che affiorano costruiscono la carriera e la vita di Faber in maniera certamente non banale. (Marco Rizzo)

Un coro di voci e volti inedito ricostruito con rigore filologico in un fumetto che rappresenta un po’ un viaggio dentro l’opera dell’artista scomparso l’11 gennaio 1999. (Panorama)

Non me ne fregava più nulla della fermata del pullman, degli impegni di lavoro e a quel paese pure gli appuntamenti… so solo che questa bellissima ‘ballata’ mi ha catturato e non mi vergogno di ammettere che, non avessi esercitato tutto il mio autocontrollo, mi sarei lasciato andare alla commozione persino sull’autobus numero cinque delle linee astigiane. (Moise, per Anonima Fumetti)

E’ (per me) il lavoro della maturità di Sergio. Sia narrativamente che graficamente ha imbastito un meraviglioso affresco fatto di personaggi che provengono dalle canzoni di De Andrè. Uniti in uno scenario metafisico che ricorda le asettiche scenografie di George Herriman e un segno vibrante, forte delle sue esperienze del mercato francese. (Claudio Stassi)

«Sono molto emozionato e sento la responsabilità di presentare, a Genova, questo libro, e proprio nei giorni delle celebrazioni su De André. Non volevo che fosse una biografia, per due motivi: perché molto è già stato scritto su De André e anche per ragioni anagrafiche, perché non ho vissuto in prima persona ciò di cui avrei dovuto scrivere». (io stesso, al Secolo XIX)


E’ stata scritta molta altra roba sul libro, e mi fa sempre uno strano piacere leggere certe parole.

In particolare, vorrei ricordare almeno altri due articoli che hanno affondato un buon colpo nel mio grande animo nerd: uno apparso su Repubblica, dedicato alle "vite disegnate", dove hanno osato mischiare il mio nome insieme ad altre minirecensioni di Crumb, Eisner e Gipi; l’altro è un dossier "serio" apparso su l’Unità il giorno del decennale della morte di Faber, dove al posto delle solite foto hanno usato le immagini del mio libro.


Genova

Scrivere della mia esperienza genovese è difficile. Sono passati due giorni da quando sono tornato, e volevo avere un po’ di tempo da dedicare a questo reportage, così ho recuperato un po’ di lavoro e di lezioni a scuola ed eccomi qui.

Me ne frego di fare il post a puntate, beccatevi questo polpettone che probabilmente sarà lunghissimo.

Spesso sentivo dire che Genova e Palermo hanno degli aspetti molto simili, ed è vero, due elementi su tutti la conformazione folle delle stradine del centro storico (che lì è ulteriormente amplificate dalle salite e le discese) e l’atteggiamento verso il cibo.

A proposito di quest’ultimo (sempre fondamentale) elemento, ero convinto di andare a mangiare prevalentemente pesce e invece sono stato sotterrato di roba buonissima, spesso pesantissima, trovandomi per la prima volta nei panni dei malcapitati che passano da Palermo e che porto io in giro. Insomma, ho mangiato molto bene.

Panissa.


Non lasciatevi ingannare, non sono patatine fritte, bensì farina di ceci fatta a polenta e poi fritta a bastoncini. Quasi come le nostre panelle insomma (cambia la forma), ma con una consistenza molto diversa. Ottima.

Focaccia.


Ovviamente non potevo lasciarmela scappare. Mangiata anche nella variante meno tradizionale con cipolle, ma sempre buona.

Torta pasqualina.


Una bontà fatta di sfoglia ripiena di spinaci e una specie di ricotta.

Torta di riso.


Diamine che delizia.

Baccalà fritto.


Pesava tipo 300 grammi. Una bomba.

Farinata.


Farina di ceci al forno. Figata suprema, ricorda davvero tanto le panelle.

Verdure ripiene.


Anche qui altra somiglianza con certi piatti palermitani, gusto quindi familiare.

Pandolce.


Mangiato in versione ridotta, buonissimo…

A Cimma.


Piatto popolare di difficile reperibilità, consiste in una sacca di carne che viene riempita da frattaglie di carne, piselli e uova (in linea di massima, eh). Poi cucita, cucinata, e lasciata riposare da quel che ho capito almeno un giorno prima di poterla tagliare.

Pesto.


Questo si conosce, ma con le trofie o gli strozzapreti e tutta un’altra cosa (ma anche il sapore è ben diverso da quello industriale).

Pansotti con salsa di noci.


Mi viene l’acquolina in bocca solo se ci penso.

Forse ho mangiato anche altro, ma intanto passo al resto del viaggio…

Andrea Piccardo è colui a cui devo tutto questo, conosciuto bene in questa occasione mi ha messo subito a mio agio e, soprattutto, mi ha trascinato fin da subito nei meandri della città vecchia spiegandomi ogni singolo mattone (più o meno), raccontandomi aneddoti di ogni tipo e facendo continuamente deviazioni pur di farmi vedere una certa piazzettina o un certo angolo.


Se volete qualcosa di organizzato bene, sappiate che lui fa al caso vostro. Per me, che ho da sempre il pallino di fare eventi e cose del genere, è stato estremamente rilassante affidarmi alle mani di qualcuno che in quanto a precisione e passione mi fa da rivale. A dir poco grandioso.


Le giornate quindi sono andate benissimo, il primo giorno ero reduce da una nottata di un’oretta e mezzo di sonno, poi il viaggio, ma nonostante tutto la città mi ha preso fin da subito e non ho saputo resistergli.

La sera eravamo da Altrove, questo bel locale/teatro nel bel mezzo della città vecchia. Poco dopo conoscerò i miei compagni di palco, Fabrizio Ugas, Federico Bagnasco, Daviano Rotella, tre straordinari musicisti della Staffa.


In 10 minuti abbiamo costruito l’ossatura dello spettacolo, diverso ancora una volta dalle serate precedenti, con un’ambizione diversa, quella di fare dei reading del fumetto stesso alternati alle canzoni che riguardavano i personaggi in questione, seguiti da una session finale dei musicisti. Appena editerò il video posterò subito qualcosa.


Per adesso ho solo da dire che fare questo a Genova era una montagna difficile da scalare, ma è andato tutto una figata.

Dopo il reading, prima della loro session, ecco giungere il primo grande momento emozionante di quei giorni: cantare La Ballata dell’Eroe accompagnato da loro.

Non posso descriverlo, solo li ringrazio tanto per avermi assecondato, ed è andata abbastanza bene.

Prima dello spettacolo altra emozione: avevo scoperto un giorno prima di avere dei parenti a Genova, cugini di mio padre con cui si erano persi i contatti, che sono anche passati a salutarmi, è davvero strano parlare con sangue del tuo sangue senza averli mai visti prima, perchè si crea automaticamente una certa confidenza pur non conoscendosi affatto.

L’indomani eravamo in fumetteria, carini loro e carino il posto.


La domenica era il giorno del decennale della morte di Faber. Vivere lì questa giornata è stato molto intenso, come sentire le sue canzoni risuonare per le strade, e anche qui andiamo in un territorio difficile da descrivere a parole

Con Andrea, Marco e Claudia Forcelloni (che avevano anche visto lo spettacolo e a cui avrei rotto le palle nei giorni a seguire andando a dormire a casa loro) ci diamo appuntamento per vedere la mostra su De Andrè. Impressionante. Siamo stati lì più di 5 ore, una esposizione fantastica, dove il termine “interattivo” prende realmente senso, con tavoli in cui poggiavi i dischi e partivano filmati e cose del genere.

La sera vediamo la trasmissione a casa, e quando alla fine spunta Cristiano De Andrè insieme a Mauro Pagani mi sono mangiato le mani per non avere chiamato quest’ultimo in giornata, ma non immaginavo fosse in città…

Il giorno dopo mi sono immerso di nuovo per le stradine, iniziavo ad orientarmi molto bene e la cosa mi soddisfaceva. Sul finire del pomeriggio arriva la grande emozione numero due: passare da Via del Campo, dal mitico negozio di Gianni Tassio (chi non sa di che parlo faccia un salto qui), e vedere il mio libro in vetrina. Insomma. Il mio stupido libro dentro quella importantissima vetrina.


Dopo mi vedrò con Deepa, la mia “nuova” cugina, che ho visto ben tre volte in quei giorni. Ripeto che è veramente fighissimo parlare con qualcuno che è tuo parente praticamente da quell’istante. Lei è stata carinissima, spuntando quando magari le dicevo che ero libero, e ci siamo fatti dei bei giri per la città. Che bello…


Il martedì ho visto, fra le altre cose, Il Palazzo Reale e la mostra di Lucio Fontana (allestita divinamente, poca miseria…), per poi salutare il caro Andrea e “trasferirmi” da Claudia e Marco, che il pomeriggio mi han portato a Boccadasse e a vedere il cimitero monumentale di Genova.


Per ogni luogo mi viene da usare sempre e solo aggettivi entusiasti. Si capisce che Genova mi è piaciuta infinitamente?

L’ultimo giorno andiamo a Pegli, che poi è il luogo di nascita di De Andrè (neanche a farlo apposta), a visitare Villa Pallavicini.


Ora. Posto per ogni singola cosa che ho detto solo qualche foto, nello stesso tempo farò una gallery megagalattica su Facebook, che stavolta renderò pubblica, in cui metterò una selezione più larga. Non facevo foto così tanto spudoratamente dal viaggio di istruzione in Spagna del liceo. E adesso avevo la digitale, quindi ne ho fatte davvero tante.

Tornare a casa era ovvio e naturale, ma di Genova mi sono innamorato.

Mi sono innamorato soprattutto del patriottismo dei genovesi, del loro essere orgogliosi della città senza però essere chiusi in sé stessi, del loro amore per il centro storico, e della voglia di viverci pur essendo chiaramente con palazzi più vecchi e più problematici di altre zone. E’ un modo di vedere le cose che ho notato in tutti, anche in chi non ci abita ma ci passa gran parte del tempo, e mi ha contagiato senza scampo.

E mi sono innamorato delle loro case di bambola, edifici totalmente piatti decorati come se ci fossero colonne, mattoni e decorazioni varie, qualcosa a cui loro sono abituati ma che per me è stata un’autentica rivelazione.