personale

Io e Francesco Di Giacomo: da piccolo Fan a stampella umana

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Ho incontrato Francesco Di Giacomo per la prima volta nel 1998, a Palermo, durante il tour acustico del Banco del Mutuo Soccorso. Era già il mio gruppo preferito italiano di rock progressive. Mi portavo ancora i registratori a cassetta dietro, e, oltre il concerto, ho immortalato la nostra prima discussione. Per cercare di colpirlo, mi feci fare un autografo sulle mutande. Che conservo ancora. Poco tempo dopo andai a sentirli al concerto del primo maggio, a Roma, e, grazie al padre di un mio amico, riuscii a vederlo dietro le quinte, incontrandoli nuovamente. Rodolfo Maltese e Francesco erano quelli più increduli e affettuosi. Mi dissero che da lì a un paio di mesi avrebbero suonato ad Alcamo, e Vittorio Nocenzi mi donò il suo Pass privato, con cui potevo andare ovunque, anche sopra il palco, volendo, chiedendomi di riportarglielo la prossima volta che ci saremmo visti.

Poco prima che suonarono ad Alcamo, Rodolfo mi chiamò per ricordarmi del concerto. Francesco non lo avrebbe mai fatto, tollerava a malapena i cellulari e solo ultimamente si era rassegnato all’idea che doveva usarli. Ad Alcamo riconsegnai il Pass a Vittorio, stupito che avessi mantenuto la promessa. Francesco e Rodolfo furono, come sempre, deliziosi.

Poi passò qualche anno, e tornarono, proprio loro due, a Palermo, all’Agricantus, dove, per fortuna, sono abbastanza di casa. Andai quindi a prenderli all’aeroporto, con la mia amica Francesca. Da quel momento scattò la fase 2 del nostro rapporto, quella più confidenziale, quella in cui più volte ho avuto l’onore di girare in auto con lui, di parlare di musica, di politica, di umanità. A volte parlava solo lui, ma non lo faceva con atteggiamento egotista, ed era un piacere ascoltarlo. Quando iniziai a lavorare su Ballata per Fabrizio De Andrè si affezionò molto a me, al punto di parlare di me a diversi suoi amici, lui amava molto Fabrizio e cantava spesso Bocca di Rosa.

Una volta mi disse di aver visto il mio fumetto a puntate su l’Unità e che era molto fiero di questo. Ma era già da un po’ che gli facevo la Corte per fare qualcosa insieme, per avere qualche sua parola scritta apposta per me. Già dai tempi di Mono, per la Tunuè, iniziò la seduzione, ma lui era impantanato con mille concerti e impegni vari. Con Dieci Giorni da Beatle era troppo naturale, per me, pensare a lui, con cui ho parlato a lungo dei Beatles, che lui adorava e portava in giro con un bellissimo progetto acustico tutto dedicato alle loro canzoni.

Se penso a lui non penso, quindi, solo alle canzoni del Banco, ma a Eleanor Rigby o Here, There and Everywhere. E penso a Mogol, altro argomento di belle discussioni. E a Bocca di Rosa. E poi penso alla sua risata, alla sua incredibile umanità e gentilezza. Per un periodo ebbe dei problemi ad una gamba, subì una operazione, e camminava a stento, così, per un concerto, fui letteralmente la sua stampella umana, aiutandolo a salire o scendere le scale. E poi parlò di me, in platea, e io mi sentivo felice.

L’anno scorso ci siamo sentiti spessissimo per la Prefazione, e gli mandavo il materiale, poco a poco, per posta o per Fax, dato che non amava le e-mail. E amava le lettere scritte a mano. L’ultima volta che ci siamo visti fu due anni fa, al teatro Dante, per un bellissimo concerto del Banco insieme alle Orme. E mi viene da ridere, perché oltre a Francesca, con noi c’era anche un altro Francesco, che si occupava fra l’altro dell’organizzazione, e, mentre si tagliava una torta nei camerini, lo chiamai, convinto di avere loro due accanto, dicendo “Francesco, scusaci…”, ma in realtà ero solo, e sembrava che parlassi al plurale come un cretino. L’ultima volta che invece abbiamo discusso è stata a dicembre. Una telefonata qualsiasi, per sapere come stava, che faceva. E lui mi diceva ancora quanto gli fosse piaciuto il libro, e io gli chiedevo a cosa stesse lavorando.

Anche se il rapporto, negli anni, si era notevolmente trasformato, non ho mai smesso di essere un suo fan, ma posso vantarmi di essere stato anche qualcosa di più.

E posso vantarmi di queste parole, che lui scrisse per me:

Imagine, che sia un giorno che ti va bene, e già va bene. Imagine poi che ci sia anche il sole, e anche questo va bene.
Imagine che squilli il telefono, e questo non va bene, non va bene se stai pensando, lavorando, sognando… ma aspetta, dipende.
Imagine che chi ti chiama dall’altra parte dica «vuoi venire in paradiso? Oh! Capiamoci, non per sempre, solo per un po’». Lì per lì rimani tramortito, sottoschiaffo, felicemente rimbecillito, e non fai nessun calcolo, non valuti quello che ti sta succedendo o che potrebbe succedere, e non metti in conto che il caso, la vita, il destino o come vuoi che si chiami, tesse comunque la sua trama e ti mette in condizioni di non poter scegliere, anche se apparentemente ti sembra di scegliere, ma alla fine pensi e Imagine che una gran botta di culo
non si rifiuta certo, e qui scatta la trappola. Sei convinto che le tue ossa e la tua testa possano resistere benissimo a certe accelerazioni, e pensi di essere
abbastanza attrezzato per affrontare una giornata di cento ore o un mese lungo un anno, dormendo qua e là ogni tanto.
Ma se non è ora, quando?
E allora si parte, si va, come un maratoneta, ma la gara è lunga e la mazzata che ti arriva sulla milza è ben oltre tutte le supposizioni che hai cercato di Imagine. Sei convinto di poter sostenere qualsiasi confronto con il successo, anche se temporaneo, ed è proprio questa durata a termine il punto di rottura che prima ti avvolge e poi ti sconvolge, perché quando tutto si acquieta e le luci si spengono, il respiro torna normale, il giorno di ventiquattr’ore, le parole meno ansiose, arrivano i primi fantasmi, gli interrogativi, gli «e adesso?».
Già.
Adesso Sergio è veramente ad alto rischio, perché deve mettere in moto tutte le sue endorfine, a dispetto della sua serenità, per trasmettere tutto questo sulle sue tavole, la regia delle immagini, il segno, il colore giusto, raccontare un’epoca, un percorso che prevede anche dei cambi nel costume in cinquant’anni. Il viaggio «all’inferno e ritorno» di Jimmie Nicol nel sostituire Ringo Starr nel tour mondiale dei Beatles.
Sapevo che era nelle sue possibilità sorprenderci, e c’è riuscito lasciando ancora spazio a tutto l’Imagine possibile.

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Come prima

Non mi sono mai fermato, ma non ero più lo stesso… Se mi guardo indietro vedo un anno di crisi, un altro anno per cercare di uscire da quella crisi, l’inizio di una risalita, la ricaduta più bassa e poi eccomi qui.
Mi accorgo che tutto ė come prima perché mi alzo la mattina e accendo subito il computer. Questo piccolo gesto mi mancava da quasi tre anni, e adesso ho ripreso a farlo, così come non fermarmi la sera. In questo momento sono un treno in corsa che non riesco a fermare, certo, ho acquisito una certa disciplina, ma ė davvero inebriante passare una giornata come oggi, ininterrottamente a lavorare, noncurante dei dolori al collo. Era proprio quello che facevo in tempo, e questi dolori mi mancavano.


1 Year

Oggi la Canzone in aria era questa, almeno per me.

Gli anniversari sono curiosi, alimentano certi pensieri, come se per il resto dell’anno non ce ne fossero.
Comunque siamo stati abbastanza bravi e sinceri, dimostrando che un anniversario può influenzare ma non troppo. In fondo, è stato un pensiero perpetuo per tutti, e arrivare a oggi è stato più veloce di quel che immaginassi.
Da domani si ricomincia a lavorare al libro. In realtà ho già ripreso tutto un paio di giorni fa, ma va bene.
Tante cose bollono in pentola…


Telefono (a) Casa

Se c’è un’invenzione dell’uomo a cui sono davvero affezionato, più del computer, è il telefono. Ma non il cellulare, intendo invece il benedetto telefono FISSO, quell’affare che sta in casa e che ormai si usa sempre meno. Anzi, se devo dirla tutta, sarei ancora più affezionato alle cabine telefoniche, alle lunghe attese, ai gettoni e alle schede telefoniche, alla gente dentro che faceva gesti inconsulti per farti capire che starà ancora un bel po’ e che puoi andare a farti un giro nel frattempo.

Amo il telefono, amo stare al telefono, soprattutto quando disegno, o quando sto facendo qualcosa che non comporta sforzi particolari del cervello, ed è una piccola mania che non demorde, anzi, fino all’altra sera, mentre lavoravo, sono stato ben due ore e quaranta al telefono con un mio amico “storico” di telefono, ovvero Salvo, che ovviamente vedo anche in carne ed ossa, ma con cui c’è un continuo rapporto di questo tipo.
Quello che mi dispiace, è che sempre di più sembra sia visto come uno strumento ortodosso, quasi pauroso per le nuove generazioni, difatti ogni qual volta qualcuno mi scrive e la cosa si fa per le lunghe, magari anche per consigli tecnici e cose del genere, appena nomino l’idea di sentirci per telefono (cosa assolutamente normale per gli scambi di informazioni fino a più di dieci anni fa) sembra quasi alla stessa stregua della peggiore frase a sfondo sessuale che possa essere concepita da essere umano, e spesso fuggono.
Sembra quasi che l’idea di “sentirsi per voce” sia diventato un passaggio in più, un qualcosa totalmente sostituito dallo scrivere un sms o un email, che tanto piace anche a me, ma non potrà mai sostituire la bellezza dello scambio diretto ed immediato.


Varie ed eventuali

Post cumulativo.
Ormai, penso tanti post, e poi non ne scrivo nessuno, vuoi per tempo, vuoi per altri motivi. Magari invece se me ne frego di dover per forza farli tematici potrei cercare così di recuperare un po’ di roba…

Inizierei dai Vendicatori: simpatico, divertente, decente. Non il capolavoro che tutti dicono, ci vorrebbe una sceneggiatura ben diversa, ma il lavoro è impressionante, il ritmo buono e, soprattutto, i personaggi interagiscono in maniera soddisfacente. Thor fa un po’ la figura del fesso, ma penso sia colpa in parte dell’attore, invece Hulk sembra finalmente trovare una sua decorosa dimensione cinematografica che potrebbe far sperare.

Perché nostalgia? Non so, sarà il periodo, l’inizio dell’estate, le giornate più lunghe… però sono un po’ preso di nostalgia, cose che mi mancano, cose che non ho più, cose che potrei avere, cose che non potrò più avere. Ho resistito qualche mese con ritmi imbarazzanti, e forse adesso sono solo un po’ stanco, chi lo sa…

Mi rivedo da un po’, ormai un bel po’, con un amico che non ho frequentato per qualche anno. E’ piacevole ritrovare un’amicizia, è stato un riavvicinamento immediato ma comunque lungo nel nostro ritrovarci a proprio agio, e devo dire che adesso funziona tutto abbastanza bene. In fondo sono pieno di amici, sono solo io che sono storto e non riesco ad essere costante emotivamente.

Sono stato qualche giorno a Torino, dove sono stato poco e niente nella mia vita, e se si conta che mio fratello sta lì da dieci anni fa capire quanto male gestisco i miei tempi. Ho girato un po’ la città con Federica ed è stato bello.

Canzoni del Giorno: sono ormai al centotrentesimo giorno. Ho fatto anche qualche passo tecnologico, faccio quindi un piccolo riassunto delle mie preferite degli ultimi tempi…


Quello che ho da dire su Jean Giraud/Moebius

Anzitutto diciamolo: è scomparso ANCHE Jean Giraud. Limitarci a piangere Moebius non basta. Non è andato via un autore di fumetti, ma, almeno, due. E chi lo conosceva bene sa che erano anche più di due.

Ho un sacco di miti, e tante passioni. Non ho mai amato però gli atteggiamenti da fan accanito: tutti i miei riferimenti, ad esempio, nel mondo della musica ho cercato, quando possibile, di approcciarli, conoscerli, sviluppando un rapporto carino (vedi Mauro Pagani, Francesco di Giacomo, Stefano Bollani, Petra Magoni..), basato non sugli stupidi urletti ma su qualcosa di più concreto, umano.

Il mondo del fumetto è come un enorme albergo, pieno di stanze, dove ci si conosce tutti, magari ci si è incontrati solo in ascensore, o magari non ci si è incontrati affatto ma si sa che al terzo piano c’è Tizio Tal dei Tali, e si sapeva benissimo che Moebius era in quel determinato piano e, se volevi, e avevi un po’ di fortuna, non era impossibile incontrarlo per una piccola chiaccherata sul pianerottolo.

Ho fatto la scoperta del suo mondo intorno ai 17 anni, e mi sentivo già di avere sprecato un sacco di tempo, ed è stato un fulmine a ciel sereno: da quel momento i miei ideali e i miei modelli sono cambiati radicalmente.

Nel 1997 Affiche organizzò a Palermo una sua mostra antologica. Ai tempi, col cazzo che c’era Internet ad avvertirti di cose del genere, quindi, scoperto per puro caso attraverso un giro di telefonate, mi fiondo letteralmente impazzito a quello che era già il secondo giorno dell’esposizione. Lui era lì. E io, timidissimo e impacciato, mi limito a fare la fila, farmi fare un piccolo autografo, e considerarmi la persona più fortunata del mondo (insieme a quelle poche altre, perchè, bisogna dirlo, non eravamo neanche moltissimi).

Ho rivisto quella mostra decine di volte. Mi ha sconvolto, scombussolato, sconfitto e stimolato. Non ho disegnato per due mesi, forse tre. E per me, che disegnavo centinaia di pagine al mese (davvero), erano davvero tanti. Poi sono tornato alle tavole, e avevo appreso mille cose.

Di lui non amo solo il disegno, o le idee, ma le scelte artistiche: sapere che gestiva stili diversi a seconda del genere o delle situazioni mi eccitava. E poi aveva anche influenzato Andrea Pazienza, quindi sticazzi.

Anni dopo, alla mia prima Angouleme, lo incontrai. Parlammo di Palermo, di cui aveva un bellissimo ricordo, gli feci vedere dei miei lavori, facemmo anche delle foto, andate perdute insieme al rullino di quella macchina fotografica, ma vabbè, continuavo a incontrarlo ripetutamente ogni volta che sono andato ad Angouleme, e ogni volta dovevo rompergli le palle per 5 minuti su Palermo e cose così.

L’ho incontrato anche a Napoli, inginocchiandomi ai suoi piedi, l’anno in cui avevo pubblicato Pioggia d’Estate, con un capitolo a lui dedicato, potendo così donarglielo.

Pur non ricordandosi mai di me, era sempre gentile, e anche se il mio inglese fa storicamente cacare, riusciva a comprendermi e rispondermi in maniera chiara e semplice.

Come i suoi disegni da Moebius. Chiari e semplici, ma estremamente sofisticati.

Ora, tornando all’inizio, nella mia vita “matura (dai quindici anni in su)” non ho mai avuto atteggiamenti da fan accanito, neanche quando ho visto Roger Taylor. Mai. Ho le mie passioni, e sono anche abbastanza nerd nel coltivarle, ma mai quegli urletti che dicevo.

Tranne il giorno della mostra a Palermo, per lui.

Quel giorno lui mi fece l’autografo con un pennarello che avevo appena acquistato.

Quel pennarello l’ho imbustato, per “preservare” la sua magia. Per darmi forza. Per avere un simbolo sempre davanti agli occhi.

Quel pennarello è ancora imbustato, sempre in mezzo agli altri pennarelli, sempre sopra il mio tavolo da disegno.

Quel pennarello è il mio unico urletto. Ed è per Jean Giraud, per Moebius, e per Gir.

Mi mancherà davvero.


Sergio Bonelli

Mi sembra tutto stupido al momento, le parole che potrei usare, i disegni che potrei fare. E' un dramma, il punto di non-ritorno, il giorno in cui tutto cambierà.

Ps: è stato un martirio anche solo scegliere la foto…