quello che penso

Lo stipendio di un fumettista

Di tutti i libri a fumetti che ho fatto, Comix Show è quello più bistrattato e sfortunato. In Francia ha avuto una vita difficile, e neanche è uscito più su quel mercato, e in Italia si è mosso molto poco, nessuna promozione, nessun incontro.

Io stesso non so mai cosa pensarne sul serio… rappresenta un passaggio del mio modo di scrivere non troppo compiuto, con alcuni momenti che non mi hanno mai soddisfatto pienamente. Da un’altra parte, credo che il suo essere un libro confidenziale, fatto senza pensare assolutamente a come costruirlo meglio per un pubblico più vasto, sia un lato positivo.

In ogni caso, mi sono sentito dire spesso, da chi lo ha letto, che lo preferiscono addirittura a Pioggia d’Estate, libro che invece, ancora, mi soddisfa quasi del tutto.

E poi mi arriva questo disegno, fatto da Giada, la più grande fan del libro in assoluto, che lo legge e rilegge da anni, e così decadono tutte le tristezze su come sia andato, se è piaciuto, se non è piaciuto, se non ci ho guadagnato un cazzo, se è stato trattato male, se è stato letto da pochi. Basta questo, e noi fumettisti siamo ripagati di tutto.

comix show by giada

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Da piccolo volevo fare il pompiere

No, non è vero.
Ho sempre voluto fare il fumettista. Se penso a me da piccolo, penso solo alla mia scrivania e ai fogli di carta a quadretti.
Ho avuto però una fase da paleontologo e una da chimico; quando uscì Jurassic Park smisi di voler fare il primo, infastidito da un’improvvisa passione di massa per l’argomento, e abbandonai il secondo quando capii che non riuscivo ad andare oltre l’acqua distillata.

Alle scuole medie iniziai a maturare l’idea del musicista, un po’ più insistente a partire dal liceo, e più in là del professore di storia dell’arte.
Ma, nel frattempo, ero sempre calato sulla scrivania a disegnare, magari su fogli bianchi.
Fumettista lo sono, con la musica un po’ ci lavoro (ed è un ingrediente fondamentale dei miei fumetti), come professore insegno a Scuola del Fumetto. Che mi manca? La storia dell’arte. Difficilmente potrò insegnarla a scuola, ma forse, finalmente, potrò sfogare questo mio grande amore in qualche modo.
A presto per ulteriori, eventuali, notizie.

Nel frattempo, corro come un matto per finire l’ultimo libro. Qui non ho aggiornato molto al riguardo, ma sono a uno stadio piuttosto avanzato. Mi riprometto, con una scusa che già so, di fare un post apposito.

Già che ci siamo, dato che anche questa qui era passata inosservata, beccatevi la mia intervista al TG3.


Come prima

Non mi sono mai fermato, ma non ero più lo stesso… Se mi guardo indietro vedo un anno di crisi, un altro anno per cercare di uscire da quella crisi, l’inizio di una risalita, la ricaduta più bassa e poi eccomi qui.
Mi accorgo che tutto ė come prima perché mi alzo la mattina e accendo subito il computer. Questo piccolo gesto mi mancava da quasi tre anni, e adesso ho ripreso a farlo, così come non fermarmi la sera. In questo momento sono un treno in corsa che non riesco a fermare, certo, ho acquisito una certa disciplina, ma ė davvero inebriante passare una giornata come oggi, ininterrottamente a lavorare, noncurante dei dolori al collo. Era proprio quello che facevo in tempo, e questi dolori mi mancavano.


The Blues Brothers

Non vale per tutti, ma sicuramente l’idea di avere alcuni film in cui si è nerdissimi vale per molte delle persone che conosco.
Attualmente, il termine Nerd è abusato un po’ come Graphic Novel, però me ne frego e lo uso lo stesso.
Due sono i film di cui sono nerdissimo sin dalla più tenera età: Ghostbusters e Blues Brothers, tutti e due accomunati da un attore -Dan Aykroyd- che, chiaramente, ho considerato il mio attore preferito per molti anni.

Coi Blues Brothers ho un rapporto molto stretto e profondo, e può essere espresso abbastanza facilmente con una vignetta di Pioggia D’Estate:

Anche a rivederlo oggi, provo sempre una forte emozione per quella sequenza, e, successivamente, per quella del concerto finale.

Di mio, non amo vedere film a testa bassa, devo sempre avere gli occhi rivolti verso la tv, fisso. Gli unici film a cui concedo il privilegio della “non-concentrazione” sono quelli che conosco a memoria, che se anche perdo una sequenza in realtà la rivivo pienamente anche con le sole parole.

Questi film, fondamentalmente, sono Ritorno al Futuro, Ghostbusters, Blues Brothers, Jesus Christ Superstar e i Goonies. I Blues Brothers più di tutti. Rivisti fino alla settimana scorsa mentre disegnavo.

Così, l’idea di vederli per l’ennesima volta, ma al cinema, era particolarmente eccitante, l’esperienza finale che mi mancava per un film che ha attraversato tutte le fasi nella mia vita, dalla musicassetta alla videocassetta registrata su RaiUno (di notte) per arrivare al DVD, con in mezzo due o tre In the Rock in cui mi sono divertito a cantare alcune di quelle canzoni.

Oyea!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


Quello che ho da dire su Jean Giraud/Moebius

Anzitutto diciamolo: è scomparso ANCHE Jean Giraud. Limitarci a piangere Moebius non basta. Non è andato via un autore di fumetti, ma, almeno, due. E chi lo conosceva bene sa che erano anche più di due.

Ho un sacco di miti, e tante passioni. Non ho mai amato però gli atteggiamenti da fan accanito: tutti i miei riferimenti, ad esempio, nel mondo della musica ho cercato, quando possibile, di approcciarli, conoscerli, sviluppando un rapporto carino (vedi Mauro Pagani, Francesco di Giacomo, Stefano Bollani, Petra Magoni..), basato non sugli stupidi urletti ma su qualcosa di più concreto, umano.

Il mondo del fumetto è come un enorme albergo, pieno di stanze, dove ci si conosce tutti, magari ci si è incontrati solo in ascensore, o magari non ci si è incontrati affatto ma si sa che al terzo piano c’è Tizio Tal dei Tali, e si sapeva benissimo che Moebius era in quel determinato piano e, se volevi, e avevi un po’ di fortuna, non era impossibile incontrarlo per una piccola chiaccherata sul pianerottolo.

Ho fatto la scoperta del suo mondo intorno ai 17 anni, e mi sentivo già di avere sprecato un sacco di tempo, ed è stato un fulmine a ciel sereno: da quel momento i miei ideali e i miei modelli sono cambiati radicalmente.

Nel 1997 Affiche organizzò a Palermo una sua mostra antologica. Ai tempi, col cazzo che c’era Internet ad avvertirti di cose del genere, quindi, scoperto per puro caso attraverso un giro di telefonate, mi fiondo letteralmente impazzito a quello che era già il secondo giorno dell’esposizione. Lui era lì. E io, timidissimo e impacciato, mi limito a fare la fila, farmi fare un piccolo autografo, e considerarmi la persona più fortunata del mondo (insieme a quelle poche altre, perchè, bisogna dirlo, non eravamo neanche moltissimi).

Ho rivisto quella mostra decine di volte. Mi ha sconvolto, scombussolato, sconfitto e stimolato. Non ho disegnato per due mesi, forse tre. E per me, che disegnavo centinaia di pagine al mese (davvero), erano davvero tanti. Poi sono tornato alle tavole, e avevo appreso mille cose.

Di lui non amo solo il disegno, o le idee, ma le scelte artistiche: sapere che gestiva stili diversi a seconda del genere o delle situazioni mi eccitava. E poi aveva anche influenzato Andrea Pazienza, quindi sticazzi.

Anni dopo, alla mia prima Angouleme, lo incontrai. Parlammo di Palermo, di cui aveva un bellissimo ricordo, gli feci vedere dei miei lavori, facemmo anche delle foto, andate perdute insieme al rullino di quella macchina fotografica, ma vabbè, continuavo a incontrarlo ripetutamente ogni volta che sono andato ad Angouleme, e ogni volta dovevo rompergli le palle per 5 minuti su Palermo e cose così.

L’ho incontrato anche a Napoli, inginocchiandomi ai suoi piedi, l’anno in cui avevo pubblicato Pioggia d’Estate, con un capitolo a lui dedicato, potendo così donarglielo.

Pur non ricordandosi mai di me, era sempre gentile, e anche se il mio inglese fa storicamente cacare, riusciva a comprendermi e rispondermi in maniera chiara e semplice.

Come i suoi disegni da Moebius. Chiari e semplici, ma estremamente sofisticati.

Ora, tornando all’inizio, nella mia vita “matura (dai quindici anni in su)” non ho mai avuto atteggiamenti da fan accanito, neanche quando ho visto Roger Taylor. Mai. Ho le mie passioni, e sono anche abbastanza nerd nel coltivarle, ma mai quegli urletti che dicevo.

Tranne il giorno della mostra a Palermo, per lui.

Quel giorno lui mi fece l’autografo con un pennarello che avevo appena acquistato.

Quel pennarello l’ho imbustato, per “preservare” la sua magia. Per darmi forza. Per avere un simbolo sempre davanti agli occhi.

Quel pennarello è ancora imbustato, sempre in mezzo agli altri pennarelli, sempre sopra il mio tavolo da disegno.

Quel pennarello è il mio unico urletto. Ed è per Jean Giraud, per Moebius, e per Gir.

Mi mancherà davvero.


Freddie Mercury Memorial Day

Splinder fra un po' chiuderà e dovrò trasferire 7 anni di blog. Un dramma. Ma non può arrestarmi nello scrivere pensieri e sensazioni di una serata come quella di ieri.

Probabilmente, a leggerlo, sembrerà un ammasso di parole e frasi retoriche. Anzi direi sicuramente. Ma la serata di ieri è stata davvero speciale.

20 anni dalla morte di Freddie Mercury, e ricordo benissimo come fosse ieri quando fu data la notizia del suo annuncio, anche perchè era il giorno del mio compleanno, e poi, l'indomani, della sua morte.

Così, dato che la mia vita ha preso una piega fortemente musicale, e che i Queen (come ben si sa) rappresentano da sempre un tassello fondamentale della mia formazione, era da tempo che meditavo su un grosso evento celebrativo. Lo abbiamo fatti ai Candelai, in compagnia di 40 musicisti, fra band e ospiti singoli, tutti coinvolti e sinceramente motivati a partecipare.

Ne è uscito fuori un concerto bello oltre ogni misura. Non è stata la musica o le esecuzioni a essere protagonisti della serata, bensì le emozioni, emozioni allo stato puro. Non c'era un palco, non c'era divisione fra chi stava sopra la pedana rialzata e chi sotto (o al piano di sopra): eravamo un tutt'uno. E non è stata la quantità della gente a fare la differenza, mi è capitato diverse altre volte di suonare davanti a platee numerose, ma ieri c'era "qualcosa in più", e il motivo era quello che ha dato il nome alla serata, e quel motivo ci ha letteralmente unito in simbiosi, in un modo così intimo che ho GODUTO di un'esperienza assolutamente inimitabile, e come l'ho fatto io lo ha fatto ognuno di quelli che erano lì. Perchè, sia chiaro, non è stata una sensazione SOLO MIA.

DI solito, l'indomani si fanno i complimenti ai musicisti, ma a me viene davvero naturale pensare che i complimenti dovremmo farceli tutti, sia chi suonava sia chi ascoltava, perchè è stato davvero un piccolo miracolo vedere TUTTI puntuali alle 21 (in una città abituata ad andare ad ascoltare musica ALMENO alle 23), e tutti incollati al proprio posto, e fino alla fine, nonostante il volume devastante o il caldo. E non è solo la puntualità che ha fatto la differenza: il calore umano, lo scambio emozionale, la voglia di cantare, la partecipazione naturale e disinibita.

E ho anche messo una dannata tutina.

E ho cantato Barcelona. Ma chi lo avrebbe mai detto??? Sono ancora incredulo…

Bellissimo.


Io secchione?

Oggi sono stato al Museo di Storia Naturale qui a Londra.
Mi ha ricordato che l'unico mestiere che abbia mai sognato di fare da piccolo, oltre che il fumettista, era il paleontologo. E avevo comprato libri e libri sull'argomento, coi soldi della mia paghetta. Ed erano libri seri, non per bambini, con illustrazioni pittoriche e tanto testo. Non dico che erano testi scientifici, ma sicuramente non erano troppo semplicistici. In ogni caso, gran parte della mia cultura sull'argomento proviene da quel periodo, e alla fine mantengo ancora ben salde nella memoria molte informazioni utili se volessi fare il figo.

Oppure: ho avuto per qualche anno una grande passione per la chimica. E anche lì i miei soldini, anzichè andare a finire in giocattoli, furono investiti per attrezzatura a tema. Ma mica il Piccolo Chimico. Anche lì facevo sul serio, andai due o tre volte con mio padre in un posto che vendeva VERI rifornimenti del genere, e acquistai provette, ampolle e via dicendo. Il massimo della mia sperimentazione si limitava perlopiù alla produzione di acqua distillata, ma mi affascinava il concetto generale.
Presi il libro di chimica di mio fratello, che andava già al liceo, e me lo studiai tutto.

Ancora più indietro: imparai a leggere molto prima della media, idem per la matematica. Entrai alle elementari già in grado di fare addizioni, moltiplicazioni e divisioni a due cifre, così, quando la maestra lasciava i compiti, io mi annoiavo a farli e mi inventavo operazioni più complicate.

Credo sia stato allora che ho iniziato ad estraniarmi un po' dalla scuola. Mi è sempre piaciuta, ma, in effetti, era più una scusa per vedere i compagni che per studiare.

Non mi piaceva però passare per secchione, così abbassavo volutamente il mio impegno, e mantenevo una media standard nè troppo bassa nè troppo alta.

Al liceo avevo sviluppato diverse tecniche per ogni materia:

ITALIANO: mi facevo interrogare all'inizio di ogni quadrimestre, prendevo un 7 e così ero certo che non sarei stato più interrogato per il resto del periodo, dato che la mia professoressa tendeva a cercare di far recuperare, e fine quadrimestre, quelli che erano andati peggio. In questo modo non ho mai studiato I Promessi Sposi e praticamente la Divina Commedia.

MATEMATICA: la professoressa aveva l'abitudine di chiedere a qualcuno di rispiegare la lezione. Io mi ero abbonato, e così non mi interrogava MAI. E io non facevo i compiti a casa. Alla fine del liceo mi ha gentilmente chiesto di portare la sua materia agli esami. Non potevo deluderla. E così studiai tutto il programma in due mesi.

ALTRE MATERIE: in genere, leggevo la lezione da imparare 15 minuti prima delle ore in questione. Ho una buona memoria e funzionava abbastanza bene anche questa tecnica.

ESAMI DI MATURITA': a quel punto dovevo lasciare il segno, così fui l'unico della classe a prendere il massimo dei voti, causando l'incazzatura dei veri secchioni della classe, quelli che per quattro anni si erano sempre dati da fare.

GRAMMATICA: ecco, lì ho avuto per tanti anni un bel po' di lacune. Rileggo oggi i miei diari del liceo, del primo anno, ed ero veramente terribile. Questo perchè non avevo mai letto molto, a parte fumetti. A 15 anni ebbi la mia esplosione grammaticale, direttamente proporzionale ai molti libri lettida lì in poi, per un periodo comunque circoscritto al liceo. Poi ho ricominciato a leggere solo fumetti. E ormai mi concedo, se sono fortunato, un libro di narrativa l'anno. Anche se leggo un mucchio di libri informativi, specie sulla musica.

Una cosa tira l'altra: non posso leggere qualcosa, o guardare un film, senza dover interrompermi un attimo per andarmi a leggere notizie sullo scrittore, sulle sue influenze, sui suoi lavori precedenti e così via. E' diventata una mania ossessiva, e con Internet tutto questo è diventato non solo più facile, ma anche più soddisfacente e veloce, e da una notizia si passa sempre ad un'altra e poi ad un'altra…

Avevo gli occhialoni, il mio idolo era Linus (dato che, per chi non lo sapesse, porta gli occhiali) e, a conti fatti, ero più secchione di quanto non volessi sembrare.