sfoghi

Lo stipendio di un fumettista

Di tutti i libri a fumetti che ho fatto, Comix Show è quello più bistrattato e sfortunato. In Francia ha avuto una vita difficile, e neanche è uscito più su quel mercato, e in Italia si è mosso molto poco, nessuna promozione, nessun incontro.

Io stesso non so mai cosa pensarne sul serio… rappresenta un passaggio del mio modo di scrivere non troppo compiuto, con alcuni momenti che non mi hanno mai soddisfatto pienamente. Da un’altra parte, credo che il suo essere un libro confidenziale, fatto senza pensare assolutamente a come costruirlo meglio per un pubblico più vasto, sia un lato positivo.

In ogni caso, mi sono sentito dire spesso, da chi lo ha letto, che lo preferiscono addirittura a Pioggia d’Estate, libro che invece, ancora, mi soddisfa quasi del tutto.

E poi mi arriva questo disegno, fatto da Giada, la più grande fan del libro in assoluto, che lo legge e rilegge da anni, e così decadono tutte le tristezze su come sia andato, se è piaciuto, se non è piaciuto, se non ci ho guadagnato un cazzo, se è stato trattato male, se è stato letto da pochi. Basta questo, e noi fumettisti siamo ripagati di tutto.

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Io e Francesco Di Giacomo: da piccolo Fan a stampella umana

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Ho incontrato Francesco Di Giacomo per la prima volta nel 1998, a Palermo, durante il tour acustico del Banco del Mutuo Soccorso. Era già il mio gruppo preferito italiano di rock progressive. Mi portavo ancora i registratori a cassetta dietro, e, oltre il concerto, ho immortalato la nostra prima discussione. Per cercare di colpirlo, mi feci fare un autografo sulle mutande. Che conservo ancora. Poco tempo dopo andai a sentirli al concerto del primo maggio, a Roma, e, grazie al padre di un mio amico, riuscii a vederlo dietro le quinte, incontrandoli nuovamente. Rodolfo Maltese e Francesco erano quelli più increduli e affettuosi. Mi dissero che da lì a un paio di mesi avrebbero suonato ad Alcamo, e Vittorio Nocenzi mi donò il suo Pass privato, con cui potevo andare ovunque, anche sopra il palco, volendo, chiedendomi di riportarglielo la prossima volta che ci saremmo visti.

Poco prima che suonarono ad Alcamo, Rodolfo mi chiamò per ricordarmi del concerto. Francesco non lo avrebbe mai fatto, tollerava a malapena i cellulari e solo ultimamente si era rassegnato all’idea che doveva usarli. Ad Alcamo riconsegnai il Pass a Vittorio, stupito che avessi mantenuto la promessa. Francesco e Rodolfo furono, come sempre, deliziosi.

Poi passò qualche anno, e tornarono, proprio loro due, a Palermo, all’Agricantus, dove, per fortuna, sono abbastanza di casa. Andai quindi a prenderli all’aeroporto, con la mia amica Francesca. Da quel momento scattò la fase 2 del nostro rapporto, quella più confidenziale, quella in cui più volte ho avuto l’onore di girare in auto con lui, di parlare di musica, di politica, di umanità. A volte parlava solo lui, ma non lo faceva con atteggiamento egotista, ed era un piacere ascoltarlo. Quando iniziai a lavorare su Ballata per Fabrizio De Andrè si affezionò molto a me, al punto di parlare di me a diversi suoi amici, lui amava molto Fabrizio e cantava spesso Bocca di Rosa.

Una volta mi disse di aver visto il mio fumetto a puntate su l’Unità e che era molto fiero di questo. Ma era già da un po’ che gli facevo la Corte per fare qualcosa insieme, per avere qualche sua parola scritta apposta per me. Già dai tempi di Mono, per la Tunuè, iniziò la seduzione, ma lui era impantanato con mille concerti e impegni vari. Con Dieci Giorni da Beatle era troppo naturale, per me, pensare a lui, con cui ho parlato a lungo dei Beatles, che lui adorava e portava in giro con un bellissimo progetto acustico tutto dedicato alle loro canzoni.

Se penso a lui non penso, quindi, solo alle canzoni del Banco, ma a Eleanor Rigby o Here, There and Everywhere. E penso a Mogol, altro argomento di belle discussioni. E a Bocca di Rosa. E poi penso alla sua risata, alla sua incredibile umanità e gentilezza. Per un periodo ebbe dei problemi ad una gamba, subì una operazione, e camminava a stento, così, per un concerto, fui letteralmente la sua stampella umana, aiutandolo a salire o scendere le scale. E poi parlò di me, in platea, e io mi sentivo felice.

L’anno scorso ci siamo sentiti spessissimo per la Prefazione, e gli mandavo il materiale, poco a poco, per posta o per Fax, dato che non amava le e-mail. E amava le lettere scritte a mano. L’ultima volta che ci siamo visti fu due anni fa, al teatro Dante, per un bellissimo concerto del Banco insieme alle Orme. E mi viene da ridere, perché oltre a Francesca, con noi c’era anche un altro Francesco, che si occupava fra l’altro dell’organizzazione, e, mentre si tagliava una torta nei camerini, lo chiamai, convinto di avere loro due accanto, dicendo “Francesco, scusaci…”, ma in realtà ero solo, e sembrava che parlassi al plurale come un cretino. L’ultima volta che invece abbiamo discusso è stata a dicembre. Una telefonata qualsiasi, per sapere come stava, che faceva. E lui mi diceva ancora quanto gli fosse piaciuto il libro, e io gli chiedevo a cosa stesse lavorando.

Anche se il rapporto, negli anni, si era notevolmente trasformato, non ho mai smesso di essere un suo fan, ma posso vantarmi di essere stato anche qualcosa di più.

E posso vantarmi di queste parole, che lui scrisse per me:

Imagine, che sia un giorno che ti va bene, e già va bene. Imagine poi che ci sia anche il sole, e anche questo va bene.
Imagine che squilli il telefono, e questo non va bene, non va bene se stai pensando, lavorando, sognando… ma aspetta, dipende.
Imagine che chi ti chiama dall’altra parte dica «vuoi venire in paradiso? Oh! Capiamoci, non per sempre, solo per un po’». Lì per lì rimani tramortito, sottoschiaffo, felicemente rimbecillito, e non fai nessun calcolo, non valuti quello che ti sta succedendo o che potrebbe succedere, e non metti in conto che il caso, la vita, il destino o come vuoi che si chiami, tesse comunque la sua trama e ti mette in condizioni di non poter scegliere, anche se apparentemente ti sembra di scegliere, ma alla fine pensi e Imagine che una gran botta di culo
non si rifiuta certo, e qui scatta la trappola. Sei convinto che le tue ossa e la tua testa possano resistere benissimo a certe accelerazioni, e pensi di essere
abbastanza attrezzato per affrontare una giornata di cento ore o un mese lungo un anno, dormendo qua e là ogni tanto.
Ma se non è ora, quando?
E allora si parte, si va, come un maratoneta, ma la gara è lunga e la mazzata che ti arriva sulla milza è ben oltre tutte le supposizioni che hai cercato di Imagine. Sei convinto di poter sostenere qualsiasi confronto con il successo, anche se temporaneo, ed è proprio questa durata a termine il punto di rottura che prima ti avvolge e poi ti sconvolge, perché quando tutto si acquieta e le luci si spengono, il respiro torna normale, il giorno di ventiquattr’ore, le parole meno ansiose, arrivano i primi fantasmi, gli interrogativi, gli «e adesso?».
Già.
Adesso Sergio è veramente ad alto rischio, perché deve mettere in moto tutte le sue endorfine, a dispetto della sua serenità, per trasmettere tutto questo sulle sue tavole, la regia delle immagini, il segno, il colore giusto, raccontare un’epoca, un percorso che prevede anche dei cambi nel costume in cinquant’anni. Il viaggio «all’inferno e ritorno» di Jimmie Nicol nel sostituire Ringo Starr nel tour mondiale dei Beatles.
Sapevo che era nelle sue possibilità sorprenderci, e c’è riuscito lasciando ancora spazio a tutto l’Imagine possibile.


Parole

Perché non scrivo più molto sul Blog?

Non ho neanche “festeggiato” i suoi 8 anni. E non sono pochi.

In realtà, definire quest’anno è veramente difficile. Almeno è stato diverso. Ci sono tante cose da fare, e gran parte delle mie parole vanno a finire, e mi sento molto triste a dirlo, su Facebook.

Così, più passa il tempo, più mi sento in difetto, e meno scrivo. Però penso un SACCO di post che vorrei scrivere. Almeno una volta al giorno. E poi però non ho il tempo di scriverlo. O magari la voglia. Diciamo che è difficile trovare il momento in cui abbia sia il tempo che la voglia.

Soprattutto, mi sento responsabile di dovere scrivere qualcosa di interessante da leggere. Ed in realtà non dovrebbe affatto essere così. O no?

Cosa sono i blog adesso? 8 anni fa mi sentivo quasi un pioniere (anche perché in realtà ce n’erano stati altri prima, su altre piattaforme), e scrivevo solo per me. Per assurdo, essendocene molti meno in giro, mi trovai seguito e commentato da diverse persone. Ora, per chi scrivo? Non più per me stesso, altrimenti scriverei sempre, ma neanche per gli altri, altrimenti mi impegnerei a scrivere più spesso. Forse dovrei semplicemente chiuderlo. O forse dovrei semplicemente rilassarmi,


Un paio di Altroquandi fa

Ricordo la mia timidezza e una passione sfrenata per il fumetto. Potrei riassumere così la mia infanzia.

Quando entrai la prima volta da Altroquando, nell’ormai lontano 1992, fu come la mia prima Lucca Comics. Io, che pensavo quasi di essere l’unico a cercare e leggere certe storie, mi trovai improvvisamente catapultato in un luogo pieno di scaffali e fumetti, come mai ne avevo visti, così tanti, così diversi.

Ero così preso dai turchi che non ricordo affatto chi ci fosse alla cassa. Dino? Salvatore?

Io però abitavo lontano, in via Sampolo, avevo quindici anni e non ero abituato a prendere Autobus o a fare grandi tragitti a piedi, così da Altroquando mi ci feci portare nuovamente da mio padre, cercando di contagiarlo col mio entusiasmo alla parola “arretrati”. La prima volta che andai, acquistai Orange Road numero 1, appena uscito; la seconda Mangazine 1, preso proprio da quegli scaffali che mi eccitavano tanto. E mi fu data anche la prima cartolina di Altroquando, disegnata da Maurizio Clausi. Io la guardavo e pensavo “wow”, e desideravo poterne fare una io.

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Per ricordarmi qualcuno alla cassa devo aspettare la volta successiva, e lì sì che c’era Salvatore. Silenzioso io, silenzioso lui, credo di avere detto soltanto “buonasera”.

Salvatore mi faceva un po’ paura all’inizio, lo ammetto. Poi, nelle epiche volte in cui mi incamminavo fin laggiù, cominciai a conoscere qualche altro lettore, qualche altro appassionato e, soprattutto, qualche altro aspirante fumettista. In questo modo, dichiarai le mie intenzioni, ma, come al mio solito, mi sentivo comunque un emarginato, perché mi sembrava già di essere arrivato troppo tardi e di non riuscire a far parte di quella cerchia.

Ricordo di avere sentito lì, per la prima volta, la parola “Preview”, e venni a conoscenza che un mucchio di persone ordinavano albi e volumi che io neanche avevo idea.

Salto temporale. Siamo nel 2003. Ricordo di avere raccolto, grazie al mio entusiasmo, tutti quelli che conoscevo, direttamente o per sentito dire, che gravitavano intorno al fumetto, di avere organizzato una cena a casa di Claudio Stassi, a Barcarello. Io mi guardavo intorno e vedevo Giuseppe Lo Bocchiaro, Emiliano Santalucia, Daniela Ragusa, Fabio Butera, Maurizio, non so quanti altri (nessuna foto, ahimè, al riguardo) e poi Salvatore. Il fatto che lui fosse lì mi rendeva orgoglioso, sentivo di avere una Star alla cena che avevo fortemente voluto, e in cui mangiammo una pizza discutibile, ma in cui furono gettati i semi per molte delle cose che vennero dopo.

Altro salto temporale. Ricordo uno scambio di mail con Salvatore dove capivo che lui ce l’aveva un po’ con me. Io pensavo “ma che cazzo vuole questo?”, mi sentivo in pericolo, in realtà, non capivo poi cosa avessi fatto, e, a dire la verità, non ricordo assolutamente il motivo di quella discussione, fatto sta che andai in negozio, uscimmo, ci prendemmo qualcosa da bere in un locale lì vicino, sedendoci e parlando con calma, e iniziai a capire alcune cose, in primis che lui “ci teneva”. A me, forse, ma in generale a molte cose.

Da quel momento le cose cambiarono, e, anche se io ero ancora un turista sporadico, ero sempre accolto da lui o da Dino con un affetto evidente, e fu più facile anche rimanere un po’ a parlare.

Salto temporale, indietro. Feci il disegno della cartolina per i dieci anni di Altroquando. Avevo appena iniziato a lavorare per Panini, e quelle richiesta mi sembrava un risultato di cui vantarmi per l’eternità. Per inciso, quella cartolina mi piace ancora. E ne feci anche un’altra, e mi sentivo troppo forte.

PROVAFIR

Salto temporale. Salvatore mi chiamò per un progettino di piccole monografie su alcuni fumettisti palermitani. Io fui “il numero 1”. Questo mi ha sempre fatto sentire ancora più che troppo forte. Mi piaceva sentire che avevo la sua stima.

Salto. Mostra di Piccoli Brividi. Mostra del Gruppo Trinacria. Eventi fondamentali nella mia formazione, artistica e personale.

Salto. Salvatore mi fa vedere un mucchio di fumetti molto vecchi fatti a Palermo. Alcuni albi erano davvero incredibili. Facemmo un blog, con l’intento di mantenere viva la storia del fumetto fatto a Palermo. Poi le produzioni e gli autori diventarono sempre di più, e perdemmo di vista la cosa. Il blog, però, è ancora attivo, ed è visitabile QUI.

Ricordo, poi, di aver trovato ogni tanto, dentro gli albi, qualche stampa di foto che lui amava ritoccare.

C’è gente che ha conosciuto amori lì dentro, gente che si è anche fatta le foto del matrimonio. Altroquando, oggettivamente, non è un posto normale.

Ma, frequentandolo da più di venti anni, diventa come un amico a cui non dici mai che gli vuoi bene, e lo lasci sottinteso.

Oggi, al funerale di Salvatore, non c’era  una persona che non possa raccontare e riempire pagine con avventure personali vissute lì dentro, come sto facendo io.

Come mi è capitato di dire “pubblicamente”, l’altro salto temporale importante è stata una serata musicale al Malaussene, in cui, per la prima volta, raccoglievo solo ed esclusivamente canzoni importanti nella mia vita e ne parlavo un po’. Salvatore era lì, con Filippo. E, a fine serata, mi fece i complimenti. Io ero molto felice che lui mi avesse visto, e ascoltato. Ed ero ancora più felice che avessimo gusti musicali affini, perché quasi tutto quello che avevo cantato per lui significava qualcosa, soprattutto una canzone di John Lennon, “God”, che davvero ha molto da dire.

È una canzone sull’indipendenza, sul non accettare un ruolo imposto, sulla libertà di scelta, forse sull’anarchia, ma non nel senso di fottersene di tutto, ma di conoscere per poi fare delle scelte senza essere pecoroni.

Salvatore, per me, era questo, e anche altro, ed ecco la canzone presa proprio da quella serata.


Richard Matheson e il Terrore dietro l’angolo

Adesso tutti quanti a condividere su Facebook il suo profilo. Sapevo che mi avrebbe dato dannatamente fastidio.

Già, perché fino a ieri, il suo nome era quasi sempre seguito da un’espressione vaga e interdetta. E mi ero stufato di dire “quello di Io sono Leggenda”, che poi a tutti veniva in mente solo quella merdaccia fumante che è il film con Will Smith. Anche i suoi libri, in Italia, ebbero lo stesso destino: conosciuto bene solo “dai veri puri”, necessitavano spesso di una fascetta o un richiamo al film degenerato.

Ma io di Richard parlo da molti anni a Scuola del Fumetto e, piuttosto brevemente, cercherò di fare un sunto del perché sia stato uno dei più importanti innovatori della narrativa moderna, senza copiare e incollare nulla da Wikipedia, che magari fa figo ma non è quello che mi interessa. E si dovrà comunque parlare di Io sono Leggenda. Ma il libro.

Esisteva un tempo in cui la narrativa Horror era intesa come qualcosa di esotico: Dracula, Frankenstein, Il Castello di otranto, Il Vampiro, Carmilla… erano tutti romanzi che trasportavano in luoghi e situazioni diverse dalla realtà che ci circondava (chiamasi: Horror gotici).

Matheson, più di tutti, ebbe l’intuizione di spostare l’attenzione sul vicino di casa, sul piccolo paese di provincia, su situazioni potenzialmente vivibili dai lettori stessi. Non è un caso che chi poi è diventato famoso per questo, un certo Stephen King, non abbia fatto altro che dire continuamente che Matheson è stato a dir poco fondamentale per la sua formazione di scrittore. Niente più castelli o costumi strani: case e camicie.

Il lavoro di Matheson, comunque, è decisamente più complesso di un semplice ridimensionamento dell’ambientazione orrorifica, o del thriller in generale. Inoltre, l’attività che effettivamente lo portò a campare fu quella di sceneggiatore per il piccolo schermo (anche il cinema, eh, ma soprattutto il piccolo schermo), il che ci porta a fare diversi discorsi paralleli, difatti l’influenza di Matheson è ben fitta un po’ ovunque, solo che non si sa molto.

Partiamo proprio dal fatidico Io sono Leggenda: è un piccolo racconto, uscito negli anni 50, quando ancora i Vampiri erano eleganti, usavano il mantello e si bruciavano alla luce del sole. In questo raccontino Matheson svilisce tutti i luoghi comuni tipici del vampirismo, cercando anche di dargli una radice scientifica (elemento comune dei suoi romanzi, per premere sul tasto della credibilità), e costruisce un affresco claustrofobico, apocalittico, fantastico ma terribilmente realistico: il protagonista non è un colonnello della Difesa, non è uno scienziato da premio Nobel, non è l’erede di chissà quale incredibile casata, no. È un uomo abbastanza normale, che però si ritrova ad essere l’ultimo uomo sulla terra, circondato da terribili bestie (più o meno, vampiri) da cui deve difendersi vita natural durante, costringendolo a trovare rimedi e soluzioni per la sopravvivenza, tutte cose tangibili, da semplice persona “intelligente”, quale è (mi pare il minimo).

Ma è la situazione a fare da padrona in Io sono Leggenda, l’atmosfera. Per tutta la fase iniziale, noi abbiamo a che fare solo con quest’uomo e i suoi problemi, che diventano anche i nostri, perché vive in una casa normale, e ci costringe e guardarci intorno, mentre lo leggiamo sul nostro letto, o sul divano, a immaginare possibili soluzioni nel caso in cui questa tragedia accadesse a noi. Immedesimazione totale.

Il filo di Io sono Leggenda, poi, è molto lungo è particolare: George Romero si ispirò ad esso per creare i suoi Zombie, che “vivono” sullo stesso stesso concetto base: uomo chiuso in casa, fuori un sacco di Zombie, sopravvivenza.

Più in generale, essendo autore che saltella dai libri alle pellicole, la sua influenza nel cinema di genere è stata a dir poco devastante, magari non sui film di Vampiri, ma su tutto il modo moderno di scrivere Horror e Thriller.

E anche L’Eternauta pare seguire lo stesso filone: pioggia radioattiva, uomini chiusi in casa, sopravvivenza.

Di Io sono Leggenda esistono tre versioni cinematografiche: la prima, con Vincent Price (L’ultimo uomo sulla terra… i lettori di Dylan Dog ricordano qualcosa?), fu girata addirittura a Cinecittà, e vanta la sceneggiatura dello stesso Matheson. È un film oscuro, difficile da far godere appieno per qualche appassionato di Horror moderno (ovvero quello sbagliato). Il secondo si chiama Luci Bianche sul Pianeta Terra, è a colori, è un po’ più kitsch, ma non è affatto male. Il terzo non esiste.

(copertina bellissima, eh?)

Fatto sta che questa visione post-moderna del Vampiro, fu così innovativa che non la cagarono di striscio in quel tipo di narrativa, continuando a propinarci vampiri mantellosi fino all’altro ieri (romanzi gotici e Ann Rice a parte, tutto il resto è fuffa).

Ma Matheson ha anche scritto Duel, un racconto pazzesco in cui un autista si ritrova inseguito da un camion che lo vuole buttare fuori strada. E uno si chiede: ma come può andare avanti un racconto del genere? Ebbene sì, va avanti fino alla fine. E il bello è che il camion non è nessuna “macchina infernale”. Dentro c’è qualcuno, non un demone, ma un essere umano. Perché vuole ucciderlo? Non importa. E Spielberg, di Duel, ne fa il suo primo lungometraggio, con sceneggiatura di Matheson. Un piccolo capolavoro.

Ma Matheson ha anche scritto La casa D’Inferno, da cui è tratto Dopo la Vita (da non confondere con un altro film omonimo), e anche in questo caso è giusto parlare del film, perché la sceneggiatura è sempre sua. E questo film è uno dei più incredibili a tema Spiritismo che esista. Chiaramente un appassionato di Horror moderni lo considererebbe fuffa, ma un appassionato di film Horror moderni è solo fuffa, e questo film è fottutamente pauroso. Anche qui, Matheson traduce la classica storia di una casa infestata a modo suo, con personaggi molto realistici e, soprattutto, spiegazioni fortemente scientifiche in un periodo in cui lo Spiritismo era molto in voga un po’ per tutti.

Sullo stesso tema direi che vale la pena leggere Io sono Helen Driscoll (titolo italiano terribilmente spoileroso), anche qui la chiave di credibilità di quella che, tecnicamente, sarebbe considerata solo una storia di fantasmi, è veramente molto alta. In questo caso il film non va visto.

Ma Matheson ha anche scritto una serie di episodi di Ai Confini della Realtà. Basta il nome di questa serie per ricordarci che il suo filo porta a X-Files.

Ma Matheson ha scritto anche Tre millimetri al Giorno, una storia pazzesca di fantascienza.

Ma Matheson ha scritto anche un gioiellino dal titolo La Preda, da cui è tratta una versione televisiva a bassissimo costo ma che è un vero e proprio must dell’iconografia Horror (che ha portato poi a tutto il filone de La Bambola Assassina e cose del genere)

Ma Matheson ha scritto anche una marea di raccontini brevi un più geniale dell’altro.

E Matheson ha scritto per la TV uno degli episodi più mitici, belli e maturi dello Star Trek Classico, quello col Kirk Doppio. Poesia pura.

State condividendo la sua foto e il suo profilo su Facebook? Bene. Leggetevi anche qualcosa di suo (da un po’ di anni la Fanucci si è presa la briga di ristampare tutto, in edizioni decorose), e ne sarete felici. Chi già lo conosce, invece, lo ama già sicuramente.


Maurizio Clausi

Esistono tristi casualità. E per uno come me che si sente terribilmente in colpa per ogni minima minchiata, è capitata proprio la cosa giusta per non farmi dormire stanotte.

Per errori vari, in cui per fortuna non c’entro nulla, due nomi sono saltati dal programma stampato di EtnaComics di quest’anno: Maurizio Clausi e Anna Zito. Il bello è che il primo fu avvertito di questa sparizione, e la seconda la ha scoperto direttamente in Fiera. Questo avvenimento non è stato preso benissimo da queste due persone, che per la riuscita dell’evento, gestendo in toto la Sala Conferenze, si smazzano non poco.

Ecco, nonostante tutte le specifiche del mondo, nel mio post precedente, causa la stanchezza, che però non mi giustifica, all’ora di fare un elenco ho fatto saltare il nome di Maurizio. Che fra l’altro è ben presente nelle foto e, soprattutto, nei ricordi e nelle situazioni che descrivevo.

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Maurizio, oltre ad essere un amico, è una delle persone più informate e competenti nel mondo del fumetto che io conosca. E gli voglio molto bene.

È colui che ho chiamato per sfogarmi e parlare dopo la morte di Sergio Toppi e Moebius, l’unico con cui sapevo avrei avuto un confronto costruttivo.

È la persona a cui chiedo sempre di leggere i miei libri prima di mandarli in stampa, per avere un aiuto sulle varie correzioni, e, soprattutto, per sapere cosa ne pensa.

Perché Maurizio SA.

Ora… ho assistito quest’anno al momento in cui gli fu detto che il suo nome non c’era nel programma… e sono stato molto male per lui, scrivendogli anche l’indomani mattino…

Ieri sera ero cotto. Stamattina mi sono svegliato, ho preso l’Ipad, ho riletto il post, cosa che faccio sempre, mi sono accorto del grave danno, ho corretto, ho acceso il PC, e mi sono trovato una mail di Maurizio in cui mi segnalava la cosa.

Esattamente come avevo iniziato il post: la frittata era ormai fatta.

Sinceramente, mi sento abbastanza una merda per questo. Provo almeno, pubblicamente, a fare ammenda.

EtnaComics non sarebbe la stessa senza Maurizio. E io stesso non potrei fare o sapere molte cose senza lui. E sarà sempre la persona a cui chiederò consigli e pareri prima di andare in stampa e che chiamerò se vorrò fare una discussione bella e intelligente sui fumetti.

Poi, per quelle sceme, c’è Fabio. Ma quello è un altro discorso.

Grazie Maurizio per tutto. E scusa.


Angouleme, postumi.

Questa sezione non era proprio prevista, ma dopo tre giorni di febbre e tosse, prima di arrivare alle fatidiche riflessioni, pare sia necessario…

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RECENSIONE: The Amazing Spiderman (SPOILER A NON FINIRE)

Eh, stavolta non mi contengo.

Ammetto di essere andato al cinema parecchio prevenuto, di avere sopportato malamente la lavorazione tutta di questo film scellerato, voluto dalla Sony per risparmiare soldi rispetto ai vecchi cachet di Raimi e soci, e facendolo uscire in tempo per evitare che la Marvel potesse riprendersi i diritti cinematografici (e magari sperare in un film decente), e già i trailer facevano tintinnare parecchio il mio senso di ragno-lettore.

Nonostante tutto, nel momento in cui il mio culo ha poggiato sulla poltrona del cinema, sono stato colto da una falsa speranza, una pia illusione che avrei potuto sorprendermi un tantinello rispetto allo standard che mi ero immaginato. Ecco. Dannazione a me.

Partiamo subito da un argomento: il 3D di questo film è assolutamente ignobile, peggio del peggiore che avessi visto. Quindi: se proprio volete buttare dei soldi, vedetelo in 2D. Detto questo, passiamo al resto.

Trama: Peter Parker sta coi suoi zii, è un mezzo fesso, ma non troppo, è famoso perché scatta belle fotografie ma non si fa MINIMAMENTE CENNO alla sua passione per la scienza, primo elemento di mia incazzatura. Ti SEMBRA che lo sia SOLO perché ti ricordi il primo film (o i fumetti), ma ti giuro che qui non se ne parla proprio.

Trova una valigetta appartenuta a suo padre, dove all’interno ci sono delle formule segretissime su cui stava lavorando insieme a Curtis Connors. Tanto è deficiente il Peter Parker di questa schifo-dimensione che deve prendere dei libri per cercare di decifrare quello che c’è scritto.

Si imbuca così a uno stage presso la Oscorp, proprio con Curt Connors come relatore (tralasciamo il modo in cui si imbuca, please), e scopre che Gwen Stacy, la figona della classe, è nientepopodimenoche l’assistente del dottore. Si intrufola in maniera assolutamente ridicola in stanze segretissime, si porta dietro un ragno e viene morso.

Scopre più o meno subito di avere riflessi sovraumani e se ne bulla immediatamente il giorno dopo a scuola. Ora, che venga saltata la parte in cui fa il lottatore di wrestling mi è anche parsa una buona cosa, nell’idea di un reboot. Fa un po’ il cazzone, i suoi zii si preoccupano per lui, lui se ne fotte, esce incazzato da casa, suo zio Ben lo segue e incappa in un malvivente che Peter aveva beccato tre secondi prima in un negozietto e che, ovviamente, aveva lasciato andare.

Risultato: come sempre, zio Ben muore per un colpo di pistola.

Differenza clamorosa che mi fa incazzare: in questo modo, non solo Peter è cosciente del fatto che zio Ben è morto per colpa sua, ma lo è anche zia May, dato che quel poveraccio era uscito da casa per inseguire lo snaturato nipote.
Ma non preoccupatevi, questa differenza non avrà alcuna ripercussione, perché in questo film zia May è più idiota del nipote, e di parecchio, direi, e da questo momento in poi passerà al ruolo di comparsa.

Peter, che nonostante il senso di colpa per lo zio se ne fotte e si dimentica le tre commissioni che gli dà sua zia nel corso della pellicola, inizia una crociata stile Judo Boy contro tutti i criminali che assomigliano al tizio che ha ucciso suo zio, e che ha, a quanto pare, non un occhio solo, bensì un tatuaggio a forma di stella sul polso sinistro. Ricordate bene questo dettaglio, perché fra un po’ CE NE FOTTEREMO ALTAMENTE.

Lo stronzissimo capitano di polizia che detesta ‘sto tizio che picchia i criminali, TADAN, si scopre essere il padre della figona che lo ha addirittura invitato a cena. Lui, sempre spavaldo verso la cinepresa per far felici le adolescenti decerebrate, si comporta di merda col padre di lei, se la limona sul terrazzo e le dice pure che è Spiderman. Lei, probabilmente, si bagna.

Nel frattempo, va a cercare Curt Connors per avere notizie del padre scomparso, e, per farsi bello, gli spiattella la formula che non capisce, che pare essere la chiave per la rigenerazione cellulare tanto agognata da Connors. Così, Connors, dopo una serie di cazzate, si inietta questo benedetto siero e si trasforma in Lizard, però con la faccia da uomo.

Ecco, piccola incazzatura da ragno-fan: ho atteso 20 anni per vedere Lizard in un film, e mmò me lo fate con la faccia da uomo. Vabbè.

Connors va a cercare un tizio che lavora per Osborn e che si è fottuto il suo siero, fa un po’ di bordello, arriva Spiderman, lo picchia, e tutti e due si dimenticano del tizio che lavora per Osborn in un’auto appesa su un ponte. Ma non sono particolari importanti.

Peter capisce che Lizard (che non si chiama mai Lizard) è Curt Connors, così si sente colpevole per avergli rivelato la formula che lo ha trasformato in quel modo e rivela questa cosa, ovviamente, alla figona (che mi rifiuto di chiamare Gwen, se non si è capito). Anche questo, pare un dettaglio importante, ma verrà dimenticato presto.

Si picchieranno diverse volte, Lizard cercherà di infettare l’intera città con una specie di ventilatore molto potente, Gwen arriverà alla Oscorp per fare un antidoto, Peter invece, nonostante sia munito di ragnatele (che si è costruito non si sa come, dato che è un deficiente che non capisce un cazzo di scienza), faticherà non poco per arrivare allo stesso palazzo, manco fosse in Cina, e si farà aiutare, stremato, da una intera squadra di operai delle gru che, efficientissimi, dopo aver visto Spiderman in difficoltà, dopo circa tre secondi sono già sulle gru ad aiutarlo facendo… un percorso con le gru, con quella che definisco la sequenza più patetica dell’intera storia dei film di supereroi, più della sequenza finale del vecchio film dei Fantastici 4 (e intendo quello degli anni 90). Vedere per credere.

Finalmente questa specie di Spiderman giunge a destinazione, si picchia con Lizard, giunge in suo soccorso il padre-capitano-di-polizia della figona (a cui si era smascherato durante il faticosissimo tragitto) che lo aiuta, sostituisce il siero-virus con l’antidoto nel ventilatore gigante, Lizard torna Connors, e il padre della figona muore colpito e contuso, non prima di fare promettere a Peter che deve lasciare stare sua figlia. Oh, God.

Peter quindi, approfittando della cosa, si risparmia funerali e affini, e quando Gwen lo viene a cercare lui la evita. Alla fine del film però fa capire che se ne fotterà delle promesse. Ovviamente, Gwen ha dimenticato che Peter è direttamente responsabile della morte del padre, e gli va dietro uguale, quando invece poteva essere MOLTO più interessante se fosse stata LEI ad allontanare lui, come diretta conseguenza di tutto questo.

Ma in questo film ci si dimentica tutto, anche dell’assassino di zio Ben, che rimane così, libero come una rosa. Non potevo crederci, pensando, anzi sperando, che gli fosse dedicato un occhiello finale. Invece no. Nulla. Semplicemente, Peter se ne fotte, così come zia May se ne fotte che è colpa del nipote se Ben è morto, così come Gwen (l’ho detto!) se ne fotte che è colpa di Peter se suo padre è morto.

E sono numerose altre le cazzate che mi fanno incazzare di questo film, ma un grazie dobbiamo dirlo anche all’adattamento italiano, che ci ha regalato una frase da premio Oscar Trash, quando il capitano Stacy parla con la figlia e dice: il tuo BOYFRIEND ha mille maschere. OH-MIO-DIO.


Cinecomics oggi

Potere delle parole.
Quando viene coniato un vocabolo apposta per definire qualcosa, quel qualcosa si chiude entro determinati parametri atti a definire il vocabolo stesso. Ovvero, tutto era meglio prima di questo termine, un po’ come l’inappropriato uso del tanto amato Graphic Novel.

Cinecomics ieri:
Non esistendo una vera e propria categoria, un tempo i film dedicati agli eroi dei fumetti, o tratti da alcuni albi a fumetti, erano decisamente più rari e più eterogenei, e a volte neanche tenevi troppo conto del fatto che stavi guardando qualcosa tratto da un fumetto (vedi Men in Black, o The Mask). Non avere uno standard comportava, in media, un livello a volte molto basso ma a volte sorprendente, come un Dick Tracy di Beatty, o film bistrattatissimi come Rocketeer. In fondo, per l’idea che si aveva di un film tratto da dei fumetti, sembrava più un Cinecomic Robocop che il Batman di Burton, che difatti fu amato/odiato al punto da pretendere poi i famigerati seguiti, molto più “fumettosi”, di Schumacher.

Insomma, il pensiero era quello che, classicamente, i fumetti fossero per bambini e i film avrebbero dovuto esserlo di conseguenza. Quello che sfuggiva, ai tempi, era che un’intera ondata di film del periodo avrebbero potuto benissimo essere tratti da fumetti, dato che ne riprendono stilemi e situazioni, ma che diventavano grandi successi solo perché erano “originali”. Praticamente ci si vergognava un po’. Allo stesso tempo, come dicevo prima, alcuni osavano operazioni strane, e il Batman di Burton un po’ strano lo era, così come l’idea di fare una serie di film dedicati a Blade, o quella di portare sul grande schermo Dellamorte Dellamore e non Dylan Dog.
Quanti erano consapevoli che La Famiglia Addams è tratta dai fumetti di Charles Addams? O che i film di Conan erano debitori anche delle versioni a fumetti della Marvel?

Più il personaggio era conosciuto, più rischiava di essere un film infantile, vedi Phantom o i “meravigliosi” film anni novanta dei Fantastici 4 e di Capitan America.

In ogni caso, non c’erano grandi regole in quanto a struttura narrativa, e ogni film era davvero da prendere a sè.

Cinecomics oggi:
Sicuramente, il primo lungometraggio dedicato agli X-Men fece scalpore. A riguardarlo ora ci sono diverse ingenuità, ma uscendo dal cinema ricordo benissimo una certa soddisfazione. Diciamo che arrivò nel momento giusto, fondendo alcune intuizioni maturate su Blade, principalmente l’idea di rendere il film il meno fumettoso possibile abolendo i costumi in latex a favore di vestiti più casual.
La sperimentazione che era in atto, però, non creava ancora delle regole, quindi quando viene deciso di approcciarsi a Spider Man l’impianto non fu affatto quello degli X-Men, anzi era totalmente opposto: costumi aderenti e colori fortissimi. Ma ci stava, era coerente col personaggio.

Spider Man fu un successo clamoroso, in mezzo a film deliranti come Daredevil, e definisce quelle che sono le prime regole del Cinecomic moderno: storia d’amore tormentata, da grandi poteri derivano etc, morte di Zio Ben. Il problema di fondo è che questi sono, da sempre, gli elementi di Spider Man e, a volte, non è detto funzionino su altri personaggi.

Ed ecco l’errore a mio avviso del primo Batman di Nolan, che si presenta abbastanza differente da quello di Burton (e questo è solo un fattore positivo), ma che inserisce malamente una storia d’amore che poco ci interessa, con tanto di finale in copia carbone del tipo “per via dei miei poteri non possiamo stare insieme”.
Ma ok.

E così nasce il “nuovo” film di Superman, uno dei più grandi errori dell’umanità.

Il primo Iron Man, per quanto leggero, fa capire ancora che ci si può adattare in base al personaggio, e la storia d’amore viene ribaltata nel momento in cui Tony Stark dichiara di essere Iron Man, annullando totalmente il “problema tipico di Spider Man che piace tanto agli altri registi”.
I Batman di Nolan alzano il tiro riguardo al target del pubblico. Purtroppo, lo alzano secondo me in maniera errata, perché da quel momento in poi, un po’ come per il termine Graphic Novel, intorno a un certo tipo di film si crea un alone di supponenza premeditata, creando la situazione del tipo “i film di Batman sono per adulti mentre quelli di Spider Man, in quanto colorati, sono ancora per bambini”. Difatti il prossimo film di Batman è già un capolavoro, pur non avendolo visto nessuno.

Poi c’è sempre la questione effetti speciali, secondo la quale più sono tosti più ci si dimentica della sceneggiatura. Ma, in fondo, questo è sempre stato un problema topico del cinema.

Il film degli Avengers, molto carino, soffre di questo accumulo di Input, e i costumi ne sono il chiaro esempio: Capitan America, Thor e la Vedova nera hanno quello colorato, Occhio di Falco e Nick Fury hanno quello casual stile Ultimates. Iron Man non conta. E, in questa indecisione, hanno avuto la meglio, perché hanno accontentato un po’ tutti.

Spider Man 3 è un mezzo disastro fra i fan, non al botteghino, e la Sony, sicura di fare un favore a un certo pubblico di appassionati, decide così di far ripartire da zero il franchise con nuovi attori e un nuovo regista, risparmiando più o meno un botto di soldi.

Ed eccoci al nuovo film di Spider Man, di cui scruto questi trailer con molta diffidenza, che hanno la stessa fotografia e lo stesso tipo di regia di Raimi, creandomi sempre un fastidioso effetto Deja Vu, come se fosse una parodia. E scruto anche i commenti, perché appena c’è qualcuno che osa dire che sembrano simili la risposta tipica è “ma vedi che qui ha i lanciaragnatele”.

Ok.

Ecco, sono i lanciaragnatele il problema dei film di adesso, di chi li fa e del pubblico che li segue.


Varie ed eventuali

Post cumulativo.
Ormai, penso tanti post, e poi non ne scrivo nessuno, vuoi per tempo, vuoi per altri motivi. Magari invece se me ne frego di dover per forza farli tematici potrei cercare così di recuperare un po’ di roba…

Inizierei dai Vendicatori: simpatico, divertente, decente. Non il capolavoro che tutti dicono, ci vorrebbe una sceneggiatura ben diversa, ma il lavoro è impressionante, il ritmo buono e, soprattutto, i personaggi interagiscono in maniera soddisfacente. Thor fa un po’ la figura del fesso, ma penso sia colpa in parte dell’attore, invece Hulk sembra finalmente trovare una sua decorosa dimensione cinematografica che potrebbe far sperare.

Perché nostalgia? Non so, sarà il periodo, l’inizio dell’estate, le giornate più lunghe… però sono un po’ preso di nostalgia, cose che mi mancano, cose che non ho più, cose che potrei avere, cose che non potrò più avere. Ho resistito qualche mese con ritmi imbarazzanti, e forse adesso sono solo un po’ stanco, chi lo sa…

Mi rivedo da un po’, ormai un bel po’, con un amico che non ho frequentato per qualche anno. E’ piacevole ritrovare un’amicizia, è stato un riavvicinamento immediato ma comunque lungo nel nostro ritrovarci a proprio agio, e devo dire che adesso funziona tutto abbastanza bene. In fondo sono pieno di amici, sono solo io che sono storto e non riesco ad essere costante emotivamente.

Sono stato qualche giorno a Torino, dove sono stato poco e niente nella mia vita, e se si conta che mio fratello sta lì da dieci anni fa capire quanto male gestisco i miei tempi. Ho girato un po’ la città con Federica ed è stato bello.

Canzoni del Giorno: sono ormai al centotrentesimo giorno. Ho fatto anche qualche passo tecnologico, faccio quindi un piccolo riassunto delle mie preferite degli ultimi tempi…


Ancora su Moebius e sul Fumetto in generale

Con la morte di Will Eisner avevo già parlato di “compressione temporale“, o di “seconda era del Fumetto”.

Sono passati 7 anni.

Moebius è scomparso, e in mezzo ci sono state altre morti tragiche, alcune veramente inaspettate (vedi Wieringo o Meglia). Il fumetto si fa sempre più vecchio, ed è inevitabile che perda i suoi maestri, assomigliando sempre di più alle Arti Alte, in cui chi ha una grande passione per la pittura non pensa minimamente che avrebbe potuto conoscere Picasso, men che meno Michelangelo.

Io sto sempre lì invece a dirmi che se fossi nato dieci anni prima avrei potuto magari chiacchierare con Pratt e Pazienza.

In ogni caso, parlando ieri col buon Maurizio Clausi, ho trovato illuminante una sua frase… si parlava del fatto di quanto sia strano piangere la morte di qualcuno che poi, effettivamente, non è né un parente né un amico stretto.

Ma -e questo è il ragionamento a cui si è arrivati- se dovessimo misurare l’influenza che queste persone (un Moebius come un Jack Kirby o uno Schulz) hanno avuto sulla nostra vita si abbattono tutte le distanze. Moebius ha lasciato un segno profondo in quello che è il mio modo di fare, di approcciarmi e di pensare il fumetto, quello cioè di cui vivo ogni giorno da quando ho memoria. Quindi sì, sono decisamente giustificato.


Quello che ho da dire su Jean Giraud/Moebius

Anzitutto diciamolo: è scomparso ANCHE Jean Giraud. Limitarci a piangere Moebius non basta. Non è andato via un autore di fumetti, ma, almeno, due. E chi lo conosceva bene sa che erano anche più di due.

Ho un sacco di miti, e tante passioni. Non ho mai amato però gli atteggiamenti da fan accanito: tutti i miei riferimenti, ad esempio, nel mondo della musica ho cercato, quando possibile, di approcciarli, conoscerli, sviluppando un rapporto carino (vedi Mauro Pagani, Francesco di Giacomo, Stefano Bollani, Petra Magoni..), basato non sugli stupidi urletti ma su qualcosa di più concreto, umano.

Il mondo del fumetto è come un enorme albergo, pieno di stanze, dove ci si conosce tutti, magari ci si è incontrati solo in ascensore, o magari non ci si è incontrati affatto ma si sa che al terzo piano c’è Tizio Tal dei Tali, e si sapeva benissimo che Moebius era in quel determinato piano e, se volevi, e avevi un po’ di fortuna, non era impossibile incontrarlo per una piccola chiaccherata sul pianerottolo.

Ho fatto la scoperta del suo mondo intorno ai 17 anni, e mi sentivo già di avere sprecato un sacco di tempo, ed è stato un fulmine a ciel sereno: da quel momento i miei ideali e i miei modelli sono cambiati radicalmente.

Nel 1997 Affiche organizzò a Palermo una sua mostra antologica. Ai tempi, col cazzo che c’era Internet ad avvertirti di cose del genere, quindi, scoperto per puro caso attraverso un giro di telefonate, mi fiondo letteralmente impazzito a quello che era già il secondo giorno dell’esposizione. Lui era lì. E io, timidissimo e impacciato, mi limito a fare la fila, farmi fare un piccolo autografo, e considerarmi la persona più fortunata del mondo (insieme a quelle poche altre, perchè, bisogna dirlo, non eravamo neanche moltissimi).

Ho rivisto quella mostra decine di volte. Mi ha sconvolto, scombussolato, sconfitto e stimolato. Non ho disegnato per due mesi, forse tre. E per me, che disegnavo centinaia di pagine al mese (davvero), erano davvero tanti. Poi sono tornato alle tavole, e avevo appreso mille cose.

Di lui non amo solo il disegno, o le idee, ma le scelte artistiche: sapere che gestiva stili diversi a seconda del genere o delle situazioni mi eccitava. E poi aveva anche influenzato Andrea Pazienza, quindi sticazzi.

Anni dopo, alla mia prima Angouleme, lo incontrai. Parlammo di Palermo, di cui aveva un bellissimo ricordo, gli feci vedere dei miei lavori, facemmo anche delle foto, andate perdute insieme al rullino di quella macchina fotografica, ma vabbè, continuavo a incontrarlo ripetutamente ogni volta che sono andato ad Angouleme, e ogni volta dovevo rompergli le palle per 5 minuti su Palermo e cose così.

L’ho incontrato anche a Napoli, inginocchiandomi ai suoi piedi, l’anno in cui avevo pubblicato Pioggia d’Estate, con un capitolo a lui dedicato, potendo così donarglielo.

Pur non ricordandosi mai di me, era sempre gentile, e anche se il mio inglese fa storicamente cacare, riusciva a comprendermi e rispondermi in maniera chiara e semplice.

Come i suoi disegni da Moebius. Chiari e semplici, ma estremamente sofisticati.

Ora, tornando all’inizio, nella mia vita “matura (dai quindici anni in su)” non ho mai avuto atteggiamenti da fan accanito, neanche quando ho visto Roger Taylor. Mai. Ho le mie passioni, e sono anche abbastanza nerd nel coltivarle, ma mai quegli urletti che dicevo.

Tranne il giorno della mostra a Palermo, per lui.

Quel giorno lui mi fece l’autografo con un pennarello che avevo appena acquistato.

Quel pennarello l’ho imbustato, per “preservare” la sua magia. Per darmi forza. Per avere un simbolo sempre davanti agli occhi.

Quel pennarello è ancora imbustato, sempre in mezzo agli altri pennarelli, sempre sopra il mio tavolo da disegno.

Quel pennarello è il mio unico urletto. Ed è per Jean Giraud, per Moebius, e per Gir.

Mi mancherà davvero.


Lucio Dalla

Se ne è parlato tanto.
Di mio, mi ha ricordato un po’ di cose, non belle. E ho voluto omaggiarlo in modo particolare… dal giorno della sua morte a quello del suo compleanno, con quattro canzoni.


SuperDisinformato e Ballata per De Andrè RIEDIZIONE

Ieri ho rivisto un amico che mi ha ulteriormente fatto rendere conto quanto sia stato fuori dal mondo tutto l’anno scorso, e direi anche parte del 2010.
E’ una sensazione che ho provato spesso negli ultimi tempi, e che, a dire la verità, anziché farmi sentire a disagio, quasi quasi trovo rassicurante, perché è esattamente quel che volevo fare.
Ci sono sfumature nel mondo del fumetto italiano che credo siano assolutamente superflue, nonostante gli si voglia dare importanza, e c’è un sacco di gente che vive da sempre senza far caso a queste cose, vivendo normalmente.
Il fumetto italiano non è solo un nugolo di rapporti e di polemiche sul web: ci si può benissimo fare i fatti propri e continuare per la propria strada.

Detto questo, per scopi puramente personali, segnalo l’uscita della RIEDIZIONE di Ballata per Fabrizio De Andrè. Sottolineo riedizione in quanto non semplice ristampa, dato che ho acquarellato tutte le tavole, reimpostato la gabbia delle stesse (prima i bordi delle vignette erano tremolanti, adesso regolari), aggiustato un po’ di erroretti, e, ovviamente, disegnato una nuova copertina. Sono molto fiero del risultato. Questo libro è andato davvero bene, dovrei vantarmene un sacco e camminare sentendomi un fighissimo, ma non funziona così, altrimenti un disegnatore qualsiasi di Tex potrebbe mettermela immediatamente nel di dietro. Anzi dovrebbe. Solo che un disegnatore di Tex si fa i suoi bei fattacci a casa e continua semplicemente a lavorare.

Ballata per Fabrizio De Andrè


La Casa 2

Vediamo. Dove ero arrivato? Ah ok.

Continuando la storia del portone, il risvolto divertente fu che, dopo una settimana, la cassettina della serratura riapparve magicamente. E da quel momento non fu più toccata. Mistero della fede.

Ma i problemi grossi stavano per arrivare. Si fece settembre, e iniziò quasi subito uno dei peggiori inverni della storia palermitana, con violenti nubifragi. Lì ho cominciato a scoprire di avere numerose infiltrazioni di acqua, sparse in diversi punti della casa. Tanto per complicare le cose, una notte scordai la finestrella del bagno aperta, e tornando a casa trovai, letteralmente, bagno e cucina allagati.

Le macchie sul soffitto iniziavano ad allargarsi a vista d'occhio. Inizialmente, il nucleo principale fu nel corridoio. Dopo solo qualche giorno iniziò a formarsi tanta di quella muffa che entrando in casa l'odore ti inebriava immediatamente. Iniziai a parlarne col padrone di casa, che snobbò apertamente la notizia. Feci una prima "lavata", ma nel giro di un altro mese non solo si era riformata negli stessi punti, ma si era decisamente ingrandita a vista d'occhio, iniziando a colmare zone in cucina, nel bagno e nel soggiorno.

Da lì a poco arrivò anche in camera da letto. Nel frattempo, il tempo peggiorava. L'omino mi mandò in casa una specie di architetto che doveva controllare lo stato delle cose, e si scoprì che il problema, ovviamente, veniva dal tetto, dato che il mio appartamento era all'ultimo piano. Peccato non abbia foto della condizione del tetto, perchè sarebbe stato molto divertente farle vedere.

Il padrone dei miei maroni, sminuiva la cosa, dicendo che era normale, anzi cercando di dare la colpa a me, buttandola sulle stufe a gas e cose del genere. Il punto era che fare i lavori per sistemare tutto sarebbero costati un putiferio, e lui non aveva assolutamente voglia di farlo. In seguito, scoprii anche, parlando col capo condominio, che lui non aveva neanche parlato del problema alle riunioni che seguirono.

La muffa iniziava ad infiltrarsi negli armadi, sui vestiti, sugli strumenti musicali, l'umidità mi ha piegato libri, fumetti, tavole disegnate. C'era più freddo in casa che fuori, e quando facevo la pipì sembrava di essere sulla neve, con tanto di fumo incluso. La muffa nella stanza di letto era sempre di più. Mais se la trovò addirittura sui tutori per le mani. E iniziò ad avere problemi di respirazione. E il padrone della mia minchia se ne fotteva allegramente. Iniziammo a litigare (col padrone del cazzo), che voleva ancora posticipare la cosa. Iniziai a cercare un'altra casa. Ed eravamo "solo" a fine novembre.

Trovai una casa, traslocai a fine gennaio, ed eccomi qui. Ma da quei due mesi da novembre a gennaio mi sembrarono, e mi sembrano ancora, il periodo più lungo e stressante della mia esistenza. I miei nervi sono saltati del tutto. Non ce l'ho fatta. Non ho retto. Si iniziarono a chiamare avvocati, lettere, perizie, tutta una trafila il cui solo pensiero mi fa ancora stare male. E le sue parole, la sua deficienza e la sua maleducazione, sommate ad alcuni altri problemi personali paralleli, erano la ciliegina definitiva che mi serviva per farmi sbroccare del tutto. Il giorno della consegna delle chiavi che poi non volle (dato che voleva farmi firmare un foglio in cui avrei dovuto pagare altri due affitti), quindi senza consegna, rimarrà sempre nella mia memoria. Come la notte in cui litigai con Mais, totalmente fuori di testa (io).

Da lì, recupero ancora i cocci di quello che è stato, a seguire, un anno buio e penoso.

Devo ringraziare, con TUTTO il cuore, due persone che mi hanno dato un supporto fondamentale: Lavinia, per le parti legali, e Leandra, per la perizia. Ma, soprattutto, per l'amicizia.


La Casa 1

Ed è proprio parafrasando il film di Sam Raimi che voglio parlare di un argomento tabù.

Fino a un anno e mezzo fa stavo in una casa in via Paolo Emiliano Giudici. Ne ho parlato solo una volta, QUI, durante il trasloco.

Questa casa è stata fonte di disgrazia, e ormai posso provare a parlarne.

Soprannominata "La Casa dell'Umido", il tempo che ho trascorso lì mi sembra un'infinità, invece sono stati appena appena sei mesi. La zona non era male, borgata popolare dove trovi di tutto a prezzi convenientissimi, e anche se nel mio palazzo c'era gente allucinante, tutto sommato era anche abbastanza tranquilla.

L'esperienza più trash è stata quando hanno montato esattamente sotto casa mia, che faceva angolo con l'altra strada, un enorme palco, attrezzatissimo, con un service assurdo, per un Festival di musica partenopea/popolare che è durato tre giorni.

La casa non era neanche male, con un salone magnifico, spazioso e luminosissimo, e una cucina bella grande e iperattrezzata. Dire che il padrone di casa, invece, era un buzzurro è dir poco.

Il primo segnale di stranezza è accaduto dopo qualche giorno: il portone del palazzo era sempre socchiuso, a qualsiasi ora, il che era abbastanza seccante. L'apriportone del citofono non funzionava, supponevo quindi che fosse lasciato aperto per evitare di scendere ad aprire gli eventuali ospiti volta per volta. Così, mi sono preso la briga di chiamare il rappresentante di condominio, un altro personaggione, che a sua volta ha chiamato un tecnico. Alla sua venuta, scendo per andare a supervisionare la riparazione e ci accorgiamo che in realtà il cavo dell'apriportone era stato strappato intenzionalmente.
Il cavo viene rimesso a posto, e il portone poteva finalmente stare chiuso.
L'indomani mattina esco insieme a Mais, e troviamo, letteralmente, la cassettina del portone con la serratura strappata via. Anzi, meglio dire sparita. Ci inquietiamo non poco, questo significava chiaramente che quel portone sarebbe dovuto stare aperto.
Ci incamminiamo verso l'auto, la apro, ci accomodiamo, inserisco la chiave nella toppa dell'accensione e… non si accende.

Mi inquieto tantissimo.
Il meccanico scoprirà poi che era semplicemente la batteria scarica, ma questa coincidenza fu il primo motivo di stress legato a quella casa.

Il resto nel seguito…


Il caso Humanoidi

C'era una volta un fumettista palermitano che iniziò a pubblicare per Les Humanoides Associes

Siamo nel 2006, firmo questo bel contratto e nel 2007 esce Pioggia d'estate, il mio primo libro a fumetti per la casa editrice del mio mito, Moebius. Un sogno.

I progetti erano quelli di fare due/tre libri l'anno. Come mai non ne ho parlato più? Cosa è successo?
Ebbene, dato che ormai il cerchio si è chiuso, eccomi qui a sfogarmi un po'.

Il contratto di Pioggia d'estate era chiaro: 5000 euro di anticipo sui diritti, divisi in tre tranche (inizio, metà e fine lavoro). Appena finito il volume, mi fu chiesto dal mio editor di mettermi subito al lavoro sul seguente, quello che poi è diventato Comix Show.

Nel frattempo, iniziavano a girare strane voci sulla situazione economica degli Humano, ma l'editor minimizzava, dicendo che era quasi normale, un ciclo che si ripeteva periodicamente.

Così, nonostante tutto, mi misi al lavoro sul secondo volume, nonostante non avessi ancora ricevuto la terza tranche di Pioggia d'estate, dato che le parole erano così rassicuranti.

E questo fu il mio grande errore.

Con Comix Show ottenni, sulla carta, un leggero aumento dell'anticipo: 5500 euro.

Il tempo passava, e l'editor mi diceva di star tranquillo, che la situazione era temporanea, e che io, se avessi voluto, avrei potuto interrompere la lavorazione, ma che in effetti il tutto si sarebbe dovuto sistemare a breve e che, come al solito, non dovevo preoccuparmi.

Giungo a tavola 90 dopo cinque mesi di lavoro, in cui avevo quasi totalmente escluso altri lavori, insegnato poco e addirittura non fatto proprio il corso annuale al Liceo Artistico. Era una buona causa, almeno pensavo.

Mando la prima bozza di copertina. Ok. Al secondo giro la risposta si fa un po' attendere. Strano.
Mi viene detto che c'è da aspettare un po' che la situazione si calmi. C'è un nuovo direttore.

Il nuovo direttore ha un'idea geniale per evitare la bacarotta: non pagare.

In questo modo vengono tagliate un po' di teste, alcune anche abbastanza grosse, bloccati in partenza alcuni progetti, altri interrotti. Io sono l'unico fesso che ha concluso un volume che non verrà nè pagato nè pubblicato. Essì, perchè la beffa suprema non è solo quella di non essere pagato.

Quale ironia della sorte per un albo che parla proprio di un fumettista e dei problemi inerenti a questo lavoro.

In tutto, gli Humano dovrebbero darmi 7000 euro, ovvero l'anticipo di Comix SHow più la terza tranche di Pioggia d'estate.

Passa il tempo. Un anno. Le mail si fanno sempre meno frequenti, le risposte vaghe, anche se arricchite sempre di false speranze. Si inizia a parlare di accordi. Improvvisamente, accettano un compromesso: 3000 euro immediate e la liberazione dei diritti per potermi rivendere i due albi a chi volessi. Stranamente accettano subito. Stranamente mi arriva molto velocemente a casa un documento da fimare. Stranamente dopo due settimane circa il Tribunale Francese prende la causa del fallimento Humano sotto braccio, controllando tutti i vari crediti insoluti. Per loro io attendevo 3000 euro.

Figli di puttana.

Il tempo passa. Il Tribunale decide secondo non so quale criterio quale debito saldare per prima, quale dopo. Siamo già nel 2009, ho notizie sporadiche, ma, nonostante tutto, positive, perchè mi vien detto che i Tribunale farà in modo che tutto verrà risolto.

L'anno scorso mi arriva una bella lettera impostata, elegante, con marca da bollo e tutto il resto.
Mi viene chiesto di scegliere fra due opzioni. Un accordo su un accordo, insomma.

Opzione1: avere il 20 per cento dei miei 3000 euro (che dovevano essere 7000) in sei mesi, e basta.
Opzione2: avere la cifra completa, ma in 9 anni.

9 anni. Non scherzo. 9 anni in cui gli Humano, o i fumetti stessi, potrebbero non esistere più.

Chiedo consiglio a chi ha seguito tutta la vicenda, e mi viene detto che la soluzione migliore sarebbe quella di spuntare l'opzione numero 2, per fare dopo agli Humano una proposta alternativa (un accordo sull'accordo dell'accordo) tipo di 2000 euro subito per togliermi loro dalle scatole e viceversa. Mi lascio nuovamente convincere e attendo.

I tempi delle risposte si fanno ancora più lunghi. Da agosto dell'anno scorso attendo per questa fatidica proposta alternativa/bis. Ma poi ho avuto i miei cazzi e non ho pensato più a sollecitare. Già, perchè se non si sollecita in sto mestiere per gli altri è tanto di guadagnato.

All'inizio di quest'anno mi rompo veramente i coglioni. Mi si dice, finalmente, che verrà fatta la proposta alternativa/bis, ma nell'attesa della loro ulteriore risposta mi giunge in casa un'altra bella busta, ufficiale, del Tribunale, con dentro un assegno di 180 euro. Il primo assaggio dei miei tremmmilainnoveanni. E mi viene detto che nel momento in cui ho ricevuto il primo pagamento ufficiale non si può fare nessun accordo alternativo/bis o tris che sia.

Bene. Voglio proprio vedere in questi prossimi nove anni come andrà.

Ps: dato che questa storia è maledetta, avevo già scritto questo post, un po' più dettagliatamente, avevo cliccato su "pubblica" ma non è mai apparso.


Niente Angouleme – Vai col ritmo

Se c'è una cosa che non ho fatto negli ultimi tempi è stata proprio disegnare, a parte le classiche strip mensili per Soleil o Uomo Ragno, il che mi ha reso lento, insicuro e quasi totalmente impedito.
Sto recuperando un po' di tavole da fare per progetti vari, e sono ancora incastrato su una sola di queste da giorni. Mi sento uno scemo, completamente fuori forma, ma confido che dovrebbe migliorare. Mi auguro.
L'anno scorso niente Lucca e quest'anno manco Angouleme, a completare la doppietta, meglio, in effetti, sperare di ritrovare al più presto un buon ritmo…


Dario, quanto altro hai intenzione di deludermi?


Sanremo senza Rai dire Sanremo

Per chi non lo sapesse, da anni (9, per l’esattezza) il Festival di Sanremo era accompagnato da una splendida radiocronaca della Gialappa’s Band, che si divertiva non solo a sputtanare cantanti e canzoni, ma che si inventava volta per volta qualche giochino nuovo, o tic, o segnale strano, da far fare ai cantanti durante le loro esibizioni, con un pubblico televisivo ignaro di quel che stava osservando.

Purtroppo è quasi impossibile recuperare i saltelli di canguro o le frasi allucinanti urlate a casaccio da alcuni artisti, beccatevi quindi questo video decoroso che ho trovato su YouTube, e godetevelo ben bene.

Perché?

Perché se avete scoperto adesso di questa incredibile tradizione sanremese… beh… potrete soltanto guardare spezzoni del passato, dato che il nuovo direttore di Radio 2, Flavio Mucciante, ha deciso di cancellarla dal palinsesto.


Le cose cambiano

Ed è un avvenimento stupido come un compleanno che ti fa rendere conto di come il mondo e le persone intorno a te abbiano preso altre strade.

Purtroppo, da questo punto di vista, io ho il brutto vizio di non imboccarne mai una nello specifico, e così mi trovo spesso solo agli incroci.

Ps: tanti auguri a me, ma anche a Claudietta, che è mia compagna di giornata.


Perdere Tempo – Pinkerton

In questo lavoro una cosa va bene e tre no. E probabilmente la cosa che va bene sarà pagata un decimo di quelle che non vanno in porto o che ti fregano all’ultimo minuto.

E’ stancante scoprire di continuo che quell’albo non verrà pubblicato, che quell’altro non sarà pagato, che quell’editore ha interrotto le pubblicazioni e così via, credo che ognuno di noi ne abbia da raccontare a pacchi di storie del genere.

Le buffonate più grosse me le son tenute per me (ma chissà…), mentre quest’ultima, che non mi frega proprio tantissimo se mi sputtano, la voglio proprio raccontare:

Un mesetto fa, o giù di lì, mi chiama la mia cara amica Ketty, per dirmi che cercavano un colorista per le copertine di una nuova serie della Star Comics, che le avevano chiesto, ma lei non aveva molto tempo e così ha pensato di "passarmi la palla".

Ho sentito quindi il disegnatore della suddetta copertina, Beppe Candita, che mi ha spiegato un po’ qualcosa sulla serie, di cui lui sembrava avrebbe dovuto essere il copertinista ufficiale, e poi mi ha dato un sacco di utili suggestioni riguardo la cover.

Fra l’altro, mi ha detto fin dal primo istante che non sarei stato l’unico a fare delle prove di colorazione, è stato molto carino e onesto, oltre che gentile e professionale.

Nonostante tutto, ho accettato questa sfida, l’idea di colorare una serie mi allettava, così mi son messo al lavoro per un po’ di giorni, riflettendo sui toni, facendo diverse prove, e tirando fuori, alla fine, questa:

Credevo di aver fatto un lavoro come minimo decente e aspettavo il responso di questa specie di gara. In parallelo, Ketty mi diceva che avevano chiesto a Giuseppe De Luca di fare una cover alternativa, e nonostante attendessi risposta, tutto questo iniziava ad ingarbugliarsi.

Si aspettava perciò Lucca. A Lucca qualcosa sarebbe saltata fuori.

A Lucca, infine, è uscito questa specie di depliant promozionale delle nuove serie, ovviamente già bello stampato, fra cui Pinkerton, e, sorpresa-sorpresa, la copertina non era più quella di Beppe, quindi, ovviamente, del mio colore (come quello degli altri) non fregava più niente a nessuno.

Sia chiaro, non è che abbia perso molto tempo questa volta, "solo" qualche giorno, ma di più è la mancanza di rispetto che mi deprime.

Ecco, questo è il nostro mondo. Rose, fiori e a volte anche qualcos’altro.


Vantarsi dei propri difetti

Il tempo passa, si cresce, non si cambia ma si cerca di migliorare.
Rifletto molto, e spesso, su di me, sul mio carattere, sulle cose che detesto, su quali aspetti vorrei lavorare.

Sono ossessionato dall’effetto farfalla, sono convinto che tutti gli eventi siano concatenati, e ogni volta che mi identifico nell’anello di una catena mi sento in colpa se qualcosa va storto, anche se non dipende direttamente da me.
Generalmente, non tendo nè ad essere cattivo o a volere il male di qualcuno, ma se accade qualcosa di spiacevole ad una persona per una serie di eventi in cui sono inglobato… mi sento in colpa.

Camuffo spesso la mia poca sicurezza con quello che faccio, tollero poco quello che sono e così mi faccio scudo delle doti acquisite nel tempo, e parlo parlo e parlo, faccio mille cose, e in fondo non parlo mai di me.

Così, mi si conosce poco, ed è solo una mia colpa, immagino di sembrare abbastanza schivo, esco quasi sempre solo in gruppo in modo da non affrontare rapporti diretti, che mi spaventano, ma che in realtà mi piacerebbero.

Non mi va di fare brutta figura, perchè mina tutto il lavoro fatto per sembrare indistruttibile e fighissimo.

Ultimamente, invece, sono accadute un paio di cose che mi hanno costretto forzatamente ad abbassare lo scudo, e la cosa più incredibile è che, nonostante tutto, mi è sembrato di essere accettato anche con certi lati oscuri e con certe debolezze.

E’ una sensazione curiosa, inizialmente di profonda vergogna, che però si è trasformata poco a poco in un delizioso sollievo.

Anzi, va davvero meglio. E la cosa strana è che anzichè colpevolizzarmi per non averci pensato prima, e potere salvare questo o quel rapporto, sto prendedo la cosa con una certa calma, razionalità e filosofia.

Magari dura poco, ma è un bel momento per la mia psiche.

Ovviamente ucciderò chiunque mi farà di presenza riferimenti diretti a questo post, di cui negherò assolutamente l’esistenza 😀


Ma la vogliamo smettere?

Già che è fastidiosissimo sentire abusato il termine "graphic novel", in questo articolo (la pagina originale, sul sito del Corriere, è QUI) si raggiungono delle notevoli vette di virtuosismo. Mi permetto di commentarlo in rosso, nei passaggi più importanti.

Comic-trailer, i fumetti si guardano sul computer
Ma non è vero! Lo dici tu stesso! TRAILER. Quindi perchè devo guardare il fumetto sul computer? Ne vedrò solo il trailer!

Anche in Italia adesso le graphic novel vengono lanciate online attraverso filmati promozionali.

Un comic-trailer
Un comic-trailer

MILANO – Il giallo, il poliziesco, il kolossal storico. Dramma e commedia, documentari e western. Per tutto questo c’era una volta il trailer cinematografico. Poi venne il booktrailer, il filmato che lancia l’uscita di un libro. Ora, complice la moda delle graphic novel la moda??? la moda del TERMINE, non della graphic novel in sè!!! (i romanzi a fumetti – grazie per averlo tradotto, allora perchè non usi direttamente il termine italiano?), arriva il comic-trailer, dove lo spot diventa disegno animato Sono stati ingaggiati infatti fior fiore di animatori per disegnare apposta intercalazioni fra una vignetta e un’altra. Filmati brevi che condensano un racconto a strisce: zoom indietro, zoom avanti, rotazioni, musica di sottofondo. Era dai tempi di Supergulp!, il programma Rai anni ’70 più volte rieditato in dvd UNA volta, che non si vedevano le strisce sullo schermo già, hai proprio ragione.: quelli erano "i fumetti in tv", questi sono fumetti da notebook, video da cliccare online.

ESEMPI – Oltralpe è da tempo che i montaggi a fumetti pubblicizzano "classici" come Spirou e Blake e Mortimer. In Italia il “prossimamente” a fumetti è cosa recente. Questa estate la Rizzoli Lizard ha lanciato i suoi primi trailer. Suono di piano, sax e spazzole, frasi che scorrono e si inseguono: somiglia ai primi istanti di uno 007 il video di Superspy, 37 dossier raccolti e disegnati da Matt Kindt a partire dalle storie di spie al soldo dei governi europei nella ll guerra mondiale. Montaggio frenetico, suoni di sitar e tamburi, invece, per il lancio di RG, fuori dal sistema: Frederik Peeters presta la matita alle storie di Pierre Dragon, un poliziotto dei Renseignement Géneraux, i servizi di sicurezza francesi, alle prese con trafficanti e terroristi in una Parigi fluttuante nel caldo di luglio.

TRA STORIA E PULP – Nel trailer di Metauro di Michele Petrucci, (Tunuè), la musica ipnotica di Steve Reich introduce il fantasma di Sileno, disertore dell’esercito cartaginese, che si aggira per la città di Fano a duemila anni dalla battaglia del fiume Metauro, lo scontro che scongiurò l’invasione di Roma. Atmosfere alla Tarantino, invece, in Gyakushu!, la trilogia dell’americano Dan Hipp: il terzo volume uscirà dopo l’estate, e il trailer, serratissimo, annuncia lo scontro finale fra il Ladro e i suoi persecutori. Katane e bocche squartate, vendetta e amore in un Medioevo immaginifico. L’editore è ReNoir, che pubblica anche Daisy Kutter, l’ultimo treno, un western annunciato nientemeno che dalla musica de Il buono, il brutto e il cattivo. Mentre Koma, degli svizzeri Wazem e Peeters, spalanca fin dal trailer un mondo sotterraneo fatto di mostri e bambini spazzacamino, a metà fra Hitchcock e Underground. Infine la padovana Beccogiallo, specializzata in cronaca storica, predilige booktrailer che intrecciano vecchi spezzoni televisivi e pagine a fumetti, come nel caso del long-seller Ilaria Alpi, il prezzo della verità, di Marco Rizzo e Francesco Ripoli.

DYLAN DOG – Ma il fumetto non è solo graphic già. i fumetti Bonelli sono solo Novel, vero?: gli appassionati delle serie Bonelli si informano ben prima dell’uscita delle nuove storie, sicché l’editore, pur non commissionando trailer per i propri fumetti, approva alcuni "prossimamente" confezionati dagli autori. Massimo Carnevale, disegnatore, ha realizzato due video per Mater morbi, il Dylan Dog in uscita il prossimo autunno per i testi di Roberto Recchioni. Intanto a New Orleans sono in corso le riprese di Dead of night, la trasposizione hollywoodiana delle avventure del detective dell’incubo, interpretato da Brandon Routh. Prossimamente al cinema e in edicola, dunque. Ma per adesso Dylan Dog è sui nostri notebook.