Archivio per febbraio, 2014

Io e Francesco Di Giacomo: da piccolo Fan a stampella umana

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Ho incontrato Francesco Di Giacomo per la prima volta nel 1998, a Palermo, durante il tour acustico del Banco del Mutuo Soccorso. Era già il mio gruppo preferito italiano di rock progressive. Mi portavo ancora i registratori a cassetta dietro, e, oltre il concerto, ho immortalato la nostra prima discussione. Per cercare di colpirlo, mi feci fare un autografo sulle mutande. Che conservo ancora. Poco tempo dopo andai a sentirli al concerto del primo maggio, a Roma, e, grazie al padre di un mio amico, riuscii a vederlo dietro le quinte, incontrandoli nuovamente. Rodolfo Maltese e Francesco erano quelli più increduli e affettuosi. Mi dissero che da lì a un paio di mesi avrebbero suonato ad Alcamo, e Vittorio Nocenzi mi donò il suo Pass privato, con cui potevo andare ovunque, anche sopra il palco, volendo, chiedendomi di riportarglielo la prossima volta che ci saremmo visti.

Poco prima che suonarono ad Alcamo, Rodolfo mi chiamò per ricordarmi del concerto. Francesco non lo avrebbe mai fatto, tollerava a malapena i cellulari e solo ultimamente si era rassegnato all’idea che doveva usarli. Ad Alcamo riconsegnai il Pass a Vittorio, stupito che avessi mantenuto la promessa. Francesco e Rodolfo furono, come sempre, deliziosi.

Poi passò qualche anno, e tornarono, proprio loro due, a Palermo, all’Agricantus, dove, per fortuna, sono abbastanza di casa. Andai quindi a prenderli all’aeroporto, con la mia amica Francesca. Da quel momento scattò la fase 2 del nostro rapporto, quella più confidenziale, quella in cui più volte ho avuto l’onore di girare in auto con lui, di parlare di musica, di politica, di umanità. A volte parlava solo lui, ma non lo faceva con atteggiamento egotista, ed era un piacere ascoltarlo. Quando iniziai a lavorare su Ballata per Fabrizio De Andrè si affezionò molto a me, al punto di parlare di me a diversi suoi amici, lui amava molto Fabrizio e cantava spesso Bocca di Rosa.

Una volta mi disse di aver visto il mio fumetto a puntate su l’Unità e che era molto fiero di questo. Ma era già da un po’ che gli facevo la Corte per fare qualcosa insieme, per avere qualche sua parola scritta apposta per me. Già dai tempi di Mono, per la Tunuè, iniziò la seduzione, ma lui era impantanato con mille concerti e impegni vari. Con Dieci Giorni da Beatle era troppo naturale, per me, pensare a lui, con cui ho parlato a lungo dei Beatles, che lui adorava e portava in giro con un bellissimo progetto acustico tutto dedicato alle loro canzoni.

Se penso a lui non penso, quindi, solo alle canzoni del Banco, ma a Eleanor Rigby o Here, There and Everywhere. E penso a Mogol, altro argomento di belle discussioni. E a Bocca di Rosa. E poi penso alla sua risata, alla sua incredibile umanità e gentilezza. Per un periodo ebbe dei problemi ad una gamba, subì una operazione, e camminava a stento, così, per un concerto, fui letteralmente la sua stampella umana, aiutandolo a salire o scendere le scale. E poi parlò di me, in platea, e io mi sentivo felice.

L’anno scorso ci siamo sentiti spessissimo per la Prefazione, e gli mandavo il materiale, poco a poco, per posta o per Fax, dato che non amava le e-mail. E amava le lettere scritte a mano. L’ultima volta che ci siamo visti fu due anni fa, al teatro Dante, per un bellissimo concerto del Banco insieme alle Orme. E mi viene da ridere, perché oltre a Francesca, con noi c’era anche un altro Francesco, che si occupava fra l’altro dell’organizzazione, e, mentre si tagliava una torta nei camerini, lo chiamai, convinto di avere loro due accanto, dicendo “Francesco, scusaci…”, ma in realtà ero solo, e sembrava che parlassi al plurale come un cretino. L’ultima volta che invece abbiamo discusso è stata a dicembre. Una telefonata qualsiasi, per sapere come stava, che faceva. E lui mi diceva ancora quanto gli fosse piaciuto il libro, e io gli chiedevo a cosa stesse lavorando.

Anche se il rapporto, negli anni, si era notevolmente trasformato, non ho mai smesso di essere un suo fan, ma posso vantarmi di essere stato anche qualcosa di più.

E posso vantarmi di queste parole, che lui scrisse per me:

Imagine, che sia un giorno che ti va bene, e già va bene. Imagine poi che ci sia anche il sole, e anche questo va bene.
Imagine che squilli il telefono, e questo non va bene, non va bene se stai pensando, lavorando, sognando… ma aspetta, dipende.
Imagine che chi ti chiama dall’altra parte dica «vuoi venire in paradiso? Oh! Capiamoci, non per sempre, solo per un po’». Lì per lì rimani tramortito, sottoschiaffo, felicemente rimbecillito, e non fai nessun calcolo, non valuti quello che ti sta succedendo o che potrebbe succedere, e non metti in conto che il caso, la vita, il destino o come vuoi che si chiami, tesse comunque la sua trama e ti mette in condizioni di non poter scegliere, anche se apparentemente ti sembra di scegliere, ma alla fine pensi e Imagine che una gran botta di culo
non si rifiuta certo, e qui scatta la trappola. Sei convinto che le tue ossa e la tua testa possano resistere benissimo a certe accelerazioni, e pensi di essere
abbastanza attrezzato per affrontare una giornata di cento ore o un mese lungo un anno, dormendo qua e là ogni tanto.
Ma se non è ora, quando?
E allora si parte, si va, come un maratoneta, ma la gara è lunga e la mazzata che ti arriva sulla milza è ben oltre tutte le supposizioni che hai cercato di Imagine. Sei convinto di poter sostenere qualsiasi confronto con il successo, anche se temporaneo, ed è proprio questa durata a termine il punto di rottura che prima ti avvolge e poi ti sconvolge, perché quando tutto si acquieta e le luci si spengono, il respiro torna normale, il giorno di ventiquattr’ore, le parole meno ansiose, arrivano i primi fantasmi, gli interrogativi, gli «e adesso?».
Già.
Adesso Sergio è veramente ad alto rischio, perché deve mettere in moto tutte le sue endorfine, a dispetto della sua serenità, per trasmettere tutto questo sulle sue tavole, la regia delle immagini, il segno, il colore giusto, raccontare un’epoca, un percorso che prevede anche dei cambi nel costume in cinquant’anni. Il viaggio «all’inferno e ritorno» di Jimmie Nicol nel sostituire Ringo Starr nel tour mondiale dei Beatles.
Sapevo che era nelle sue possibilità sorprenderci, e c’è riuscito lasciando ancora spazio a tutto l’Imagine possibile.