Archivio per luglio, 2005

Giullari in Borghese

Per la laurea dei miei colleghi musicisti Giovanni e Massimo, dopo un mese di assenza dai palcoscenici, e dalle prove, ci siamo prodigati in un miniconcertino improvvisato durante la loro festa. Poi altri hanno messo la musica da discoteca. Che tristezza…

Del normale vestiario made in Giullari di Corte c’era solo il mio cappello, ma ammetto che il copricapo di Massimo (a sinistra) era davvero spettacolare. Al ritorno, con Cecilia abbiamo anche incontrato un rospo mentre attraversava la strada, che abbiamo torturato un pò alla maniera di Steve, e io ho sognato rospi tutta la notte…


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Fumetto: Seconda Era

Il 3 Gennaio di quest’anno Will Eisner lasciava orfano il mondo del fumetto. Molto è stato detto e scritto altrove, molto poco in Italia, intendo su giornali e telegiornali al di fuori del nostro settore.
Sono sempre stato molto incazzato per questo.


© Eisner

Tempestivamente, è stato pubblicato un bel libro dalla Tunuè, Il Fumetto come Arte Sequenziale, di Daniele Bonomo, vi rimando a questo per un breve excursus sulla vita e le opere del Maestro, e anche io nel mio piccolo ho contribuito sul mio testo.
Sentivo invece di esprimere qui un mio parere al proposito, in cui credo molto.

Il fumetto, essendo un’arte relativamente giovane, ha goduto fino a quel momento di quella che chiamavo compressione temporale, sono sì esistite delle forti correnti stilistiche, ma in generale molte di esse convivevano e continuavano ad esistere nonostante l’avvento di un’altra; in pittura, sarebbe come se Picasso avesse avuto la possibilità di andare a cena invitato da un egiziano, e trovare come commensali Giotto, Leonardo e Pontormo.
Non sono l’unico ad essere rimasto sconvolto dalla morte di Eisner, non per la morte in sè, ma perchè nessuno ci pensava troppo, era sempre stato lì e sembrava davvero che ci sarebbe rimasto in Eterno.
Nonostante l’enorme importanza di artisti quali Winsor McCay, Alex Raymond o Milton Caniff, considero Eisner il primo fumettista, il primo che pensa e ragiona a fumetti,  nascendo in un mondo dove il padre, semplicemente acquistando un quotidiano, poteva fargli leggere le prime strip. Era la nostra ancora alla Prima Era, la chiave di volta di una evoluzione che ci trasporta ai giorni nostri, un autore che ha saputo raccontare e disegnare bellissime storie fino alla sua scomparsa, che ha insegnato (nel verso senso della parola) a intere generazioni di fumettisti, dando un contributo impossibile da quantificare.
Adesso non ci è più possibile vivere con la comodità della compressione temporale. Il Maestro è andato via, e noi siamo tristemente entrati nella Seconda Era del fumetto…


© Eisner


Questa tavola sarà MIA!!!


© Sergio Bonelli Editore


Ho sempre amato moltissimo Nicola Mari, è in assoluto il mio artista preferito della grossa imbarcata di autori proveniente da Horror e Splatter e traghettati alla Bonelli nel suo periodo forse più felice. Guardavo e riguardavo le sue tavole mignolesche su Nathan Never, poi ho scoperto un suo lavoro su Glamour che mi fece impazzire, una bellissima storia a colori ambientata in un cimitero, ma lo smacco definitivo fu una mostra di qualche anno fa per Lucca Comics, insieme fra l’altro a Roberto De Angelis. Mari già disegnava Dylan Dog, ed ero dunque già impazzito su uno dei suoi ultimi Nathan Never, La Biblioteca Di Babele, il numero 50, De Angelis esponeva bellissimi studi sulle copertine di Nathan Never, bellissime tavole originali e anche una piccola sezione sul suo passato osè, con qualche copertina davvero sfiziosa…ma la stanza di Mari era davvero incredibile, c’erano sì le tavole di Nathan e Dylan, compresi i relativi provini, ma, soprattutto, c’era una enorme sezione, praticamente metà della mostra, di studi, bozzettini, disegni su carta a quadretti, qualche foglio strappato, disegni e disegni e ministorie fatte solo per il piacere di disenare, dato che non erano pubblicate da nessuna parte. E lì ho capito tutto. Senza nulla togliere alle altre esposizione, quella di Mari aveva una marcia in più dal punto di vista emotivo, almeno per me. Inoltre, se consideriamo che alla mia prima fiera, una vecchia Expocartoon, le tavole originali che più mi emozionarono furono proprio quelle di Mari su Nathan Never (tremendamente lavorate, piene di pecette e correttore…io son fatto così, mi piace vedere la tavola vissuta, mi sembra più "viva"), allora capirete certo che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di acquistare una tavola da Phoenix, Dylan numero 123, grazie al mio buon amico Claudio che ha fatto da tramite col venditore (e Claudio ne sta acquistando due, un giorno scriverò qualcosa sulla sua incredibile collezione di tavole ehhe). Contento di avere fatto un buon affare, vado a dormire nella dolce attesa di un’opera d’arte…


Jeeg o Getta? Heidi o Charlotte? Noi, generazione di sigle!

Apparso la prima volta su www.komix.it, tengo particolarmente a questo articoletto e perciò lo ripropongo qui…

Ai tempi del liceo, una delle mie attività preferite era quella di rimembrare in gruppo, magari anche cantandole, le vecchie sigle dei cartoni animati giapponesi. Come ogni sfaccettatura della propria infanzia – fumetti, film, dischi e gli stessi cartoni – pensavo naturalmente che quelle sigle erano migliori di quelle attuali; adesso sono abbastanza intelligente da non limitarmi alle stesse letture, agli stessi film, alla stessa musica o agli stessi cartoni animati "dei miei tempi", penso, ad esempio, all’universo Ultimate, ai Radiohead, agli Incredibili o alla serie di Inuyasha. Ma le sigle no. Quando ero piccole le sigle erano davvero più belle.

Daitan

Negli ultimi anni ho trasformato il mio hobby da liceo in una vera e propria ricerca degna del peggior voyeur, raccogliendo, scambiando, scaricando, registrando, costruendo un archivio che possa chiamarsi tale, in continua evoluzione, e che inizia finalmente a lasciarmi soddisfatto: se al liceo cantavo coi compagni di classe quelle sigle, adesso organizzo delle vere e proprie serate, sempre accolte con enorme entusiasmo, tanto da non farmi sentire troppo otaku. Anzi. Accetto sempre nuove richieste con felicità, riscoprendo continuamente qualche pezzo dimenticato della mia infanzia.
Incredibilmente, col passare del tempo, le sigle aumentano e aumentano, e tutti le ricordano, e tutti, soprattutto, le cantano… solo che non parlo di trenta o quaranta sigle, ma di centinaia e centinaia di cartoni animati; giunge, dunque, un ragionevole dubbio: abbiamo davvero visto tutta questa roba? Siamo davvero più alienati di qualsiasi oscura ipotesi mai prodotta dai nostri amati psicologi infantili che censurano episodi di Georgie come fossero film porno? Sì? In effetti mi ero anche spaventato, per un periodo. Invece no, e la soluzione è anche molto semplice.

Carletto

Noi non guardavamo i cartoni, ma le sigle, perché erano belle e perché montate c’erano le immagini che bastavano per sapere tutto di quella serie, o almeno della prima puntata. E’ assolutamente impossibile avere seguito tutti quei titoli, va bene qualche puntata sporadica, ma non l’intera serie. Certo, è chiaro che i cartoni ricordati con più passione sono quelli seguiti sul serio. So di avere visto tutto Sasuke, Cuore, Daitarn III, Voltron (sì, per me era Voltron…), Maison Ikkoku e molte altre (e penso che anche la lista dei cartoni che ho effettivamente visto farebbe comunque preoccupare qualcuno), ma in effetti non ho seguito tutte le serie di cui so le parole della sigla a memoria, io come gli altri. Questo basta per tranquillizzarmi. Credo di non avere mai visto nulla, all’epoca, di Godsigma (e la sigla è in assoluto una delle mie preferite), così come di Babil Junior o di Daikengo. E anche qui l’elenco potrebbe essere molto lungo. Dopo questa prima analisi, non contento, iniziai a chiedermi come mai conoscessimo questo numero spropositato di cartoni.

Sasuke

Nel 1976, su Rai 1, venne trasmessa la prima puntata di Heidi, primo cartone animato giapponese ad approdare in Italia; ma la vera data da tenere d’occhio per gli appassionati è il 4 aprile 1978, giorno della messa in onda del primo episodio di Goldrake: distruggi il male e và, si trasforma in un razzo missile eccetera. Contemporaneamente, nascono le reti private, Canale 5 su tutte, Goldrake era tosto e andava fortissimo come audience, acquistare i diritti di una serie giapponese costava meno che produrne una, o anche di una serie americana, e così, improvvisamente (ecco spiegato tutto), ci siamo ritrovati con quasi vent’anni di animazione giapponese, da Astroboy a Lady Oscar, tradotta, doppiata (a volte malamente), e schiaffata in televisione per la nostra gioia e confusione.

Goldrake

Cosa guardare prima? Come procedere? Troppi, davvero troppi. A quel punto, come i corti di Elio e le Storie Tese, bastava la sigla per fare da filtro, per capire se una serie andava davvero seguita, con una funzione completamente persa ai giorni nostri, dove i cartoni sono pochi e accavallati solo in parte. All’epoca, invece, la situazione era davvero tragica: Mazinga o Diapolon? Emi o Gigì? Mimì o Jenny? Ippotommaso o Tamagon (no, questo dilemma credo non se lo sia posto nessuno)? E la Balena Giuseppina? Chi diamine la guardava?
Insomma, la mia generazione ha avuto un bombardamento mediatico di anime giapponesi come neanche gli stessi orientali hanno avuto. E questo, da un lato è abbastanza preoccupante, ma dall’altro, non lo nego, mi fa godere come Gigi la Trottola alla vista di una mutandina bianca.

Mazinga

Torniamo alle sigle. A mio avviso, la migliore è forse quella di Daitan III, eseguita dai Micronauti, tanto epica da supportare un cartone che col passare degli anni ha perso gran parte del suo carisma, ma, senza dubbio, il premio assoluto va di certo al fenomenale Riccardo Zara e ai Cavalieri del Re: quest’uomo, con costanza e passione, ha firmato una lunghissima serie, tutta vincente, di meravigliose sigle, da quelle stracitate, come l’Uomo Tigre, Sasuke, Lady Oscar, Devilman (la mia preferita) o Yattaman, a veri e propri gioiellini, un po’ meno osannate, ma di grandissimo gusto musicale, come Ransie la strega, La spada di King Arthur, L’Isola dei Robinson, Cuore o La ballata di Fiorellino. Che armonie, che incisi, che variazioni!

King Arthur

Altro gruppo storico sono sicuramente i Rocking Horse, bastano Candy Candy, Dr Slumpo’& Arale e Sampei a farci intuire la caratura di questa straordinaria formazione; inoltre Doug, il cantante principale, è anche la voce della versione in 45 giri di Jeeg Robot d’Acciaio, grandiosa sigla densa di leggende metropolitane: no, non è Piero Pelù a cantare la versione del cartone (con la base giapponese), ma quel poveraccio di Paolo Moroni (in arte Fogus), interprete poi, fra l’altro, di Ryu il ragazzo delle caverne (sempre sulla base giapponese). Continuando la catena, la sigla finale di Ryu è cantata da Georgia Lepore, splendida voce della meravigliosa sigla del Conan di Miyazaki e della dimenticata Peline (che, in effetti, non è mai stata troppo fortunata).

Lady Oscar

Di grande livello musicale, poi, sono le sigle Atlas Ufo Robot e la rispettiva sigla finale, Shooting Star, scritte, fra gli altri, da Vince Tempera e Ares Tavolazzi (bassista di un gruppo a caso: gli Area, cercateli, e capirete di quale caratura stiamo parlando…), e non posso non citare la grande verve di Nico Fidenco nelle sue poche, ma incisive, sigle, Sam il ragazzo del west e Cyborg 009 su tutte, senza dimenticare i Superobots, che con Daltanius (straordinaria! superbalestrafreccespadalameboomerang) e Il Grande Mazinga conquistano un posto di rilievo nell’olimpo delle sigle di un tempo.
Tecnicamente insuperabili sono quella di Vultus V, interpretata da Lory e Daniele, con una incredibile sezione ritmica, piena di controtempi, e la sigla di Gackeen, dei Minirobots, con una linea di basso entusiasmante. Caso a parte, Castellina Pasi e la sua orchestra con l’ammaliante valtzer di Lupin III, pezzo decisamente di gran classe.

Arale

E i Mostriciattoli? Con le due divertentissime sigle di Carletto e il principe dei Mostri? L’incursione degli Oliver Onions in Galaxy Express (chi ha visto Bomber?)? E la Banda dei Bucanieri con Capitan Harlock? Atro Robot? I Gatchaman? Trider G7? La dolcissima e sofisticata sigla dei Magici bon bon di Lilli? Rocky Joe? Starzinger? Che dire poi di quella di Lamù, fra le più divertenti ed efficaci, anche meglio dell’originale giapponese?

Daltanius

E alla fine, insieme ai Puffi, giunse lei. Sapete già di chi sto per parlare: una vera e propria istituzione! Sono stufo di sentire solo critiche e condanne nei suoi confronti: alla fine non è neanche autrice delle canzoni, e non è colpa sua se non trasmettono più cartoni nelle reti private come un tempo. In fondo, quando guardavo Ken il Guerriero (mai, mai, scorderai… Spectra docet), subito dopo, una sigla di Juny Peperina ci stava anche bene, come Creamy, Emi, Bum Bum, Occhi di Gatto, Pollon, Lovely Sarah, Georgie, Kiss Me Licia o Memole dolce Memole (ah, quale capolavoro!). Grandi brani anche quelli. Anzi, è proprio lei il metro per meglio intuire come le sigle stiano andando verso il disastro musicale e melodico (tranne qualche eccezione, come Un fiocco per sognare o Un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo).

Georgie Licia

Ammettiamolo, i testi sono sempre stati un po’ ridicoli, praticamente in tutte le sigle (solo i soliti Cavalieri del Re mantenevano un certo ritegno), ma le musiche sono davvero calate terribilmente in qualità. E non propinatemi la versione secondo la quale si cerca di fare un’arrangiamento al passo coi tempi, neanche la più squallida Boy Band annovererebbe fra i suoi successi la sigla di Pokemon (ricordo lo shock subito nell’ascolto della sigla di Batman e degli X-Men), e, oltretutto, per rammentare la melodia di una strofa è necessario rivedere una sigla decine di volte (ho capito! È una tecnica per fare seguire il cartone al bambino! Che stupido a non pensarci…), ecco perché torna sempre Zara e tornano sempre i Cavalieri del Re, da bambino non ascoltavo musica e la musica che c’era in casa, o fuori, non c’entrava nulla con Mach 5. Mai sentita negli anni Ottanta una sigla in stile Spandau Ballet.
Invece, i Cavalieri mi hanno insegnato ad ascoltare buona musica, costruita con gusto e intelligenza; non credo sia un caso se hanno ripescato la vecchia sigla di Lady Oscar nelle ultime repliche. Non lo fanno spesso, o non lo fanno proprio, ma gli psicologi e gli educatori dovrebbero riflettere su quanto una buona sigla accresca la cultura di un bambino, invece di assecondarli a seguire alcune stupide tendenze che fra qualche anno saranno dimenticate.

Uomo Tigre

Ecco perché poi uno se la prende con lei, perché, purtroppo, è il simbolo della fine di un’era e l’inizio di un egemonia strumentalizzata. Ma in fondo siamo stati fortunati come pochi, a volte ci beccavamo anche le sigle in giapponese (e i cartoni americani in lingua originale? chi li ricorda?), forse adesso siamo nella norma, solo che a noi, generazione di sigle, starà sempre un po’ stretta.
Dunque, per chiunque sia interessato, organizzo maratone di robot e maghette a casa mia.
W la cultura, W Fantaman, W i Genesis di Peter Gabriel.


Presentazione del Blog e della Testata

Ok, mi presento in due righe…lavoro nel mondo dei fumetti da qualche anno, in attività varie ed eventuali che vanno dal disegnatore al colorista (con in mezzo supervisioni e altri incarichi da factotum), sono sulla schiena della Red Whale (principalmente su Monster Allergy), da un paio d’anni, ma mi intrufolo con leggiadria in collaborazioni con altri editori, anche esteri (specie la Francia). Sulle pagine dell’Uomo Ragno della Panini un numero sì e un numero no, con le dovute eccezioni, trovate le strisce di Spider Gek, produzione umoristica realizzata insieme a Manlio Mattaliano e Cecilia Giumento. Ultima segnalazione, ho avuto il piacere di pubblicare quest’anno un libro grazie alla Tunuè (vedi Link). Presento adesso la mia testatina del Blog, che magari poteva sembrare assemblata da vari fumetti trovati in rete, e invece sono tutti miei figliuoli, permettendomi uno slancio d’orgoglio (poi gli altri post non saranno così, eheh)…

Da sinistra verso destra:

Spider Gek, già citato, leggi sopra…; Foolys, mio alter-ego fantasy a fumetti…; Pum-Palom, un astromostro di Monster Allergy (serie di Centomo/Artibani/Barbucci/Canepa); Il Vecchio, un saggio un pò rimbambito; Epictete, poveraccio rinchiuso dentro una vignetta, scritto da Guillaume Bianco; Eva, da Avatar, serie ideata da Rossana Baldanza; Willowy, dolce amore di Foolys…

Foolys, Willowy, Spider Gek ed il Vecchio sono colorati da Cecilia…

Nel blog parlerò a vanvera del più e del meno, senza pianificare un tema, anche perchè altrimenti non sarebbe un blog…

ciu

© Algozzino


I Manga hanno davvero intasato il Mercato?

    Il primo numero di Video Girl Ai di Masakazu Katzura esce nelle edicole italiane, edito dalla Star Comics, nel meraviglioso aprile del 1993. Era il primo manga in formato pocket a non presentare un titolo conosciuto (i precedenti erano legati a serie televisive di grande successo, come Hokuto no Ken o Orange Road), ma riscosse ugualmente una popolarità imprevista; soprattutto, ricordo come al liceo si passassero davvero sotto i banchi i numeri di questa bellissima serie. Il passo successivo fu il Dragonball di Akira Toriyama, sempre sotto la supervisione dei Kappa Boys, trascinato da un Anime amatissimo, ma che fu un azzardo editoriale perchè era il primo manga non ribaltato.
    In realtà andò più che bene e l’invasione manga prese piede nelle edicole di tutto lo stivale, e così, per colpa del fumetto giapponese, le vendite dei prodotti interni calarono e il mercato italiano subì un duro colpo. Tutti gli editori, compresi quelli che fino a qualche mese prima non amavano dichiaratamente quel tipo di fumetti, si ritrovarono ad acquistare diritti di serie orientali da tradurre. La stessa Marvel Italia, neonata, esordì nel 1995 col bel Silent Möbius di Kya Asamiya.
    Adesso, a molti anni di distanza, possiamo fare un’analisi più razionale dei come e dei perchè il manga prese il sopravvento prepotentemente, senza limitarci a quello che è sì un dato di fatto, ma che deve pure avere una spiegazione.
    All’uscita di Dragonball il mercato era già in crisi, tutte le riviste storiche avevano chiuso da un bel pezzo (Corto Maltese e Linus, solo per fare due esempi storici, o l’appena nata Il Grifo, ultimo avamposto della resistenza). Se la prima testata della nuova generazione Bonelli fu Martin Mystere nel 1982, la causa principale del crollo di vendite delle riviste contenenti nomi quali Sergio Toppi, Andrea Pazienza, Hugo Pratt, Vittorio Giardino e Dino Battaglia fu fondamentalmente Dylan Dog; se in Italia fino a quel momento si acquistava Frigidaire, tutt’a un tratto il formato pocket ebbe la meglio grazie ad un titolo che, sfruttando una certa moda del momento (lo splatter), era senza ombra di dubbio nuovo, originale, oltre che di alta fattura. Da lì la nascita di Nathan Never e di decine di titoli proposti da altri editori, tutti realizzati nello stesso formato e numero di pagine dell’Indagatore dell’incubo, sperando magari di avvicinarsi alle sue vortiginose vendite. Da Lazarus Ledd a Demon Hunter, da Dick Drago a Profondo Rosso Magazine.
    Nonostante il livello a volte eccelso di alcuni di questi albi (come il numero 19 di Dylan Dog, Memorie dall’invisibile, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano), era chiaro che il pubblico iniziava ad abituarsi a narrazioni "di genere", non più una Valentina che invecchiava col passare degli anni, o un Corto Maltese che si evolveva insieme al suo autore. Ogni numero vedeva Dylan risolvere un caso che non avrebbe minimamente sconvolto la sua esistenza, la stessa sottotrama di Morgana e Xabaras alla fine non è che abbia portato a chissà quali sconvolgimenti, difatti, possiamo ancora prendere un numero a casaccio della serie e non soffrire per la mancanza di informazioni. Iniziò allora ad essere difficile leggere una rivista come Corto Maltese.
    Non è ovviamente mia intenzione rigirare la frittata e dare invece la colpa della crisi alla Bonelli, considerandomi fra l’altro un figlio del buon vecchio zio Dylan, fra le mie mani ancor prima dei supereroi o dei manga, ma lo standard bonelliano opprime con la staticità caratteriale di ogni suo personaggio, che a lungo andare diventa sicuramente un’arma a doppio taglio. Prendiamo Tex: in 60 anni di carriera si è evoluto quanto Ken Parker in due numeri (che era Bonelli ma assolutamente atipico), ma la forza del personaggio, legato poi ad un genere classico come il western, è anche questa, alla fine, gli stessi Peanuts non si evolvono troppo, riproponendo continui tormentoni. Forse, invece, Dylan Dog, come Ken Parker, avrebbe voluto qualcosa di diverso, anzichè rimanere incastrato nella censura con conseguente perdita di smalto e smarrimento di idee.
    Anche i supereroi americani sono "serie infinite", ma gli autori hanno il permesso di osare periodicamente, portando sempre il personaggio vicino ai gusti del lettore moderno, riuscendo molte volte nel loro intento senza neanche tradirne lo spirito originale.
    In realtà, sono convinto che la Bonelli faccia quel tipo di fumetti perchè inanzitutto piace leggerli a loro stessi, dimostrando una grandissima coerenza nel corso degli anni degna di ammirazione; soltanto, non dovrebbe lamentarsi più nessuno se i gusti del pubblico vanno adesso in altre direzioni.
    Ingrediente fondamentale del manga è la continua presenza dell’ordinario anche all’interno di situazioni straordinarie: fantascienza, avventura, drammoni storici o siparietti erotici, qualsiasi genere mantiene una base ordinaria, i rapporti con la famiglia o con gli amici, una storia d’amore o stacchetti umoristici anche all’interno di storie serissime, aggiungendo uno strato di sensibilità in più rispetto alle normali produzioni seriali. Di conseguenza, è possibile concepire storie sul baseball, sulla pesca, sul ping pong, sul golf, sul calcio o sul pugilato, tutti con una finalità comune: raccontare l’evoluzione di un essere umano, che probabilmente verrà sottoposto ad una situazione inizialmente ostile.     
    Chiaramente, alcuni esempi possono sfiorare il ridicolo, ma in generale riescono sempre a coinvolgere il lettore in situazioni che altrove, con un altro modo di raccontare, diverrebbero noiose. Difatti, fuori dal mercato giapponese, parlare seriamente di un certo tipo di ordinarietà significa rifugiare ancora nei fumetti di nicchia, quando invece è per loro possibile farlo vendendo milioni di copie. Paradossalmente, ed è questa la mia conclusione, sembra che il manga abbia preso il posto di Corto Maltese più facilmente di un Dylan Dog, che invece non offriva prospettive al di fuori dell’intrattenimento puro, contrassegnando questo come il motivo culminante di un successo che pare inarrestabile, anche se è chiaro che un classico acquirente di AlterAlter non leggerà mai di buon cuore Akira o Maison Ikkoku come una sostituzione alle sue vecchie letture.
    Ed ecco allora che nascono Witch, Monster Allergy o Wonder City, tutte serie che hanno finalmente trovato una mezza misura, senza fare stupidamente manga all’italiana; il pubblico li accoglie benissimo, il mercato si è riaperto e il futuro del fumetto nostrano sembra diventato questo, almeno per il momento; ci sarà sempre qualcosa di impercettibile che muterà i gusti, non per volere stabilito, e così un nuovo fumetto sarà lì al momento giusto, ma assolutamente per caso, come per Dylan Dog, RatMan, Dragonball e Witch.
    Solo di una cosa vittimizzo i manga, ovvero, che un lettore di Dylan Dog prima o poi comprerà un numero di Nathan Never, come un lettore dell’Uomo Ragno farà la stessa cosa coi Fantastici Quattro, mentre col manga si creano moltissimi lettori di passaggio, che, finita una serie, quasi mai legata ad altre, smettono di acquistare fumetti, ostacolando il ricambio generazionale e alzando le barriere fra i vari tipi di fumetto, anche fra i manga stessi.
    E chissà cosa venderà più domani…


© Katsura/Shûeisha


Una Cazzata di Benvenuto…

Inauguro finalmente il mio Blog in versione riveduta, resettata e corretta, per la gioia di una buona percentuale di essere viventi del sistema solare (oltre le mie conoscenze non arrivano…). Certo, ho combattuto tutta la notte contro tag sconosciuti, cambiandoli a casaccio pur di arrivare ad una sistemazione che mi soddisfacesse, e la testata non voleva farmi felice caricandosi nella pagina (per poi scoprire essere un problema di ftp, risolto grazie a Rice, vedi nei link —> lazy-grain, che ringrazio perciò pubblicamente), ma alla fine ce l’ho fatta e voi potrete usufruirne a qualsiasi orario, sicuro di potere rispondere a tutti (leggi: nessuno).
Inizio pubblicando a seguire un articoletto realizzato per gli amici di Komix.it, qui in anteprima assoluta, quindi da leggersi immancabilmente.
hehe
ciu