Sergio Toppi: Arte e Modestia.

Quando succedono queste cose faccio sempre la stessa premessa, cioè che il mondo del fumetto è molto piccolo e ci si conosce tutti, e che quindi la scomparsa di “qualcuno di noi” si fa davvero sentire come una scossa potente e devastante, anche se con quel qualcuno non si aveva un rapporto diretto. Ma Sergio Toppi, ahimè, era usato sempre come esempio nelle mie lezioni di fumetto come ultimo autore della prima gloriosa scuola di fumetto italiano che comprendeva calibri di un Hugo Pratt, di un Jacovitti, di un Battaglia.

E lo usavo anche come esempio per un altro motivo: Toppi era TOPPI, e se ne fregava però del fatto di essere TOPPI, approcciandosi, fino alla fine, al mondo del fumetto come un artigiano, anzi direi come un vero fumettista, perché il fumettista, prima che artista, è un autore al servizio di un sistema editoriale.

Negli States, i GRANDI autori si riconoscono, e si conoscono, grazie al fumetto main-stream, supereroistico in genere, tranne poche eccezioni. E sappiamo bene quanto sia un obiettivo anche da parte di numerosi altri disegnatori al mondo.
In Italia molti disegnatori di fumetti, e aspiranti tali, aspirano invece ad essere artistoidi, poco inclini a quello che in tutto il resto del mondo sarebbe il normale atteggiamento di un fumettista, e più interessati alla recensione su Repubblica e al godimento di essa che all’apparire su un numero di Tex, pur vendendo poi 100 copie del proprio fumetto.

Toppi era TOPPI, ricordiamolo. Era l’autore de IL COLLEZIONISTA e di SHARAZ-DE, ma era anche quello che ha lavorato per tutta la vita per Il Giornalino, disegnando qualsiasi cosa passasse per la baracca, ed era quello che a un certo punto della sua carriera decise anche di confrontarsi con qualche personaggio della Bonelli.

Era un autore grandioso e modesto allo stesso tempo, e ogni volta che lo “conoscevano” i ragazzi la reazione era sempre, unanimemente, la stessa: “FANTASTICOOO!!!”.

Ricordo, all’uscita della miniserie 1602 per la Marvel, di cui lui realizzò le copertine, di avere letto su Deviantart un commento di un ragazzello americano che diceva “belle le copertine di sto ragazzo italiano”.

Questo perché negli states un po’ se ne sbattono della storia del fumetto al di fuori dei loro confini, ma direi che è ancora più grave dover far sempre “conoscere” Toppi (o Battaglia, o Tacconi, o Micheluzzi) a una nuova classe di aspiranti fumettisti. Di chi è la colpa? Questo comunque è un altro discorso.

Toppi era, e sempre sarà, di grande insegnamento per questo motivo, ma era anche l’ultimo a ricordarci, attivamente, quale dovrebbe essere davvero l’atteggiamento e il ruolo di un fumettista.

Adesso, ahimè, dovrò parlarne a lezione con una piccola variabile, che non cambierà il risultato, ma che mi fa intristire moltissimo.

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Una Risposta

  1. io, in parte, rientro nella classe di quei ragazzi che non sanno quasi nulla sulla storia del fumetto, e l’altro giorno mentre bazzicavo, come al solito, in fumetteria, mi sono imbattuto in un fumetto di Sergio Toppi, e ignorando chi fosse e quanto fosse importante per il fumetto ho pensato: ”FANTASTICOOO”. Adesso mi rattrista il fatto che un grande come lui sia scomparso…

    agosto 23, 2012 alle 6:29 pm

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