Ancora su Moebius e sul Fumetto in generale

Con la morte di Will Eisner avevo già parlato di “compressione temporale“, o di “seconda era del Fumetto”.

Sono passati 7 anni.

Moebius è scomparso, e in mezzo ci sono state altre morti tragiche, alcune veramente inaspettate (vedi Wieringo o Meglia). Il fumetto si fa sempre più vecchio, ed è inevitabile che perda i suoi maestri, assomigliando sempre di più alle Arti Alte, in cui chi ha una grande passione per la pittura non pensa minimamente che avrebbe potuto conoscere Picasso, men che meno Michelangelo.

Io sto sempre lì invece a dirmi che se fossi nato dieci anni prima avrei potuto magari chiacchierare con Pratt e Pazienza.

In ogni caso, parlando ieri col buon Maurizio Clausi, ho trovato illuminante una sua frase… si parlava del fatto di quanto sia strano piangere la morte di qualcuno che poi, effettivamente, non è né un parente né un amico stretto.

Ma -e questo è il ragionamento a cui si è arrivati- se dovessimo misurare l’influenza che queste persone (un Moebius come un Jack Kirby o uno Schulz) hanno avuto sulla nostra vita si abbattono tutte le distanze. Moebius ha lasciato un segno profondo in quello che è il mio modo di fare, di approcciarmi e di pensare il fumetto, quello cioè di cui vivo ogni giorno da quando ho memoria. Quindi sì, sono decisamente giustificato.

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