Muse: The Resistance

Quinto album in studio per il terzetto inglese, che compone quasi una specie di Greatest Hits senza però riutilizzare vecchi brani e trasportandosi in avanti.

Mi spiego.

The Resistance è un grande album di una grande band, con brani corposi e sorprendenti, con scelte musicali sempre diverse e allo stesso tempo sempre nello stile dei Muse.

I loro detrattori si dividono generalmente in due gruppi: quelli che continuano (dopo dieci anni) a dire che sono la brutta copia dei Radiohead, e quelli che li trovano troppo pomposi, strazianti, presuntuosi.
E’ vero che Showbiz (il primo album dei Muse) era fortemente debitore nei suoni e nelle armonie del gruppo capitanato da Thom Yorke (come è anche vero che c’era lo stesso produttore, John Leckie, il che aiuta molto), ma già da Origin of Simmetry il caro Matthew Bellamy decide di riprendere in mano il controllo del sound, riportandolo alla loro vera matrice, e iniziando a distaccarsi fortemente da una band che, di contro, stava intraprendendo contemporaneamente una strada diametralmente opposta.
E’ vero che i Muse siano pomposi, strazianti e a tratti presuntuosi, in effetti lo dicono spesso molti detrattori dei Queen, e forse è per questo che mi piacciono, ma è quel tipo di pomposità sempre dentro un’armonia, sempre dentro una canzone, mai fine a sè stessa. In fondo, negli anni 70, in epoca di Prog Rock, la chiave era proprio l’arricchimento sonoro, la ricerca di nuove strutture, ma sempre all’interno di una logica musicale.
Ecco perchè mi fanno cagare quasi sempre i Dream Theater e amo alla follia i Genesis di Peter Gabriel, ecco perchè trovo Fragile degli Yes un capolavoro e Relayer (come tutto quello che hanno fatto dopo) un inutile masturbamento egocentrico.

E’ anche vero che qui Bellamy esagera e arriva al limite, proponendo non una citazione di musica classica (tipico) ma bensì un intero notturno di Chopin all’interno di una canzone, ma nell’ampio registro proposto non sfigura, anzi.

Ma torniamo al discorso del Greatest Hits.

L’album parte in quarta, col singolo Uprising, un pezzone tipico per le orecchie di chi già li conosce, simile al sound proposto in Black holes and revelations, e l’album continua con Resistance, altro brano veloce e ritmato, non troppo distante da quello che già conoscevamo.
Undisclosed Desires è quasi un brano R&B moderno, almeno nel suono; con United States of Eurasia le cose si fanno più complicate, potrebbe sembrare uscito da Absolution, ma c’è un forte omaggio e (ovvio) richiamo ai Queen con una sequenza di cori notevole, per poi sfociare nel Notturno sopra citato.
Guiding Light è un loro classico lentone, mentre il chitarrone di Unnatural Selection ricorda tantissimo i classici cazzeggi di Matthew nel periodo di Origin of Simmetry.
Dopo la parentesi di MK Ultra, si arriva a I Belong to You-Mon Cœur S’ouvre à ta Voix, pezzo praticamente prog, pieno di suoni, di cambi di atmosfere e si inizia a sentire una forte presenza di influenza classica, che sfocia definitivamente nella suite, divisa in tre parti, Exogenesis, e registrata con una vera orchestra.
Qui Bellamy sembra avere esaudito i desideri di una vita, e torna alle melodie strazianti di Origin of Simmetry, con quei suoni pieni e trascinati, solo che stavolta non sono tastiere a supportarlo, bensì veri violini e veri ottoni.
Infine, la sequenza finale di Exogenesis ricorda terribilmente i Radiohead, e certe trovate melodiche di Showbiz.

Insomma, in questo album ci sono tutti i Muse, tutto quello che hanno fatto e tutto quello che amano, e, nonostante tutto, anzichè sembrare ripetitivo è un ulteriore evoluzione.

Intanto è un album coraggiosissimo, difficile all’ascolto per chi se li trova invece, magari, su Mtv e si fa un’idea diversa, e poi ogni brano ha una sorpresa, una nuova trovata, una nuova soluzione, un nuovo modo (per loro) di suonare la chitarra o di costruire una linea di basso, e quando arriva il deja vu non è mai fastidioso, sembra quasi di essere andati a vedere una rock opera a teatro, l’opera dei Muse, una delle più grandi rock band del pianeta.

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